Le software house con le loro scelte di marketing segnano in maniera talvolta determinante il destino commerciale dei vari sistemi lanciati sul mercato. Una delle società più importanti sotto questo punto di vista è Capcom. Questo storico nome, responsabile di alcuni dei marchi più amati, è forse a livello globale la più importante casa di produzione giapponese (se si esclude Nintendo che sviluppa hardware e software interni). Resident Evil, Mega Man, Devil May Cry, Street Fighter, Commando, Final Fight, Ghosts ‘n Goblins, Breath of Fire, Tiger Road, Okami e molti altri celebri videogiochi possiedono lo stesso marchio giallo con rilievi blu della SH di Osaka. La storia di Capcom, nel mondo dorato dei videogame, comincia in maniera simile ad altre società con l’assalto in sala giochi e con la conquista di una larga fetta di appassionati. Ma forse è meglio andare con ordine.
Quel giorno a Osaka
Capcom nasce il 30 maggio 1979 a Matsubara con il nome di Japan Capsule Computers e, dopo uno spostamento ad Habikino nel 1981 col nome Sambi, diventa definitivamente Capcom con una sede a Hirano e una a Tokyo nel 1983. La società nasce intorno al mondo dell’intrattenimento videoludico, quindi non ha la ricca storia di altre software house che si sono riciclate da altri settori, ed in particolare alla distribuzione di macchine da gioco.
Cinque anni dopo la fondazione comincia la vera avventura nel mondo dei videogame con lo sparatutto Vulgus. Il titolo, per quanto qualitativamente nella media, segna l’inizio dell’ascesa. In quello stesso anno compaiono l’ottimo Son Son, che vanta le stesse influenze di Dragonball, ed il discreto Higemaru.
Nel giro di due anni vengono sviluppati titoli ormai storici: Gunsmoke, Ghosts ‘n Goblins, Commando, 1942, Trojan, Tiger Road e Section Z, giusto per nominare i più famosi, e cominciano le pubblicazioni, solitamente conversione dei successi arcade, per i sistemi di gioco casalinghi.
La collaborazione con Nintendo porta su NES una quarantina di titoli in sei anni e di fatto rende il marchio Capcom uno dei più ricercati sul mercato. Mentre su C64 e su Master System vengono proposte esclusivamente conversioni, su NES Capcom comincia a produrre titoli esclusivi. I maggiori successi sono legati al marchio di Mega Man, che vedrà sei episodi pubblicati sull’otto bit Nintendo, ed ai titoli prodotti per Disney. Chi ha provato Duck Tales e Chip ‘n Dale (Cip e Ciop in italiano) certamente ricorderà la qualità di questi platform.
Il secondo passo
La storia di Capcom sul finire degli anni Ottanta è afferente però ancora al mercato arcade. In quegli anni vengono pubblicati classici senza tempo nel campo dei picchiaduro. Se Final Fight e The King of Dragons rappresentano il punto di riferimento nei picchiaduro a scorrimento, rispettivamente metropolitani e fantasy, nel caso di Street Fighter II si può parlare di vero e proprio fenomeno di costume. Otto guerrieri giunti da ogni parte del mondo si affrontano in tre round uno contro uno fino a raggiungere i quattro “boss finali”. La genialità non è tanto nell’idea, che di fatto riprende gli schemi di Street Fighter e di altri titoli precedenti, quanto nella cura per i particolari e nella quasi ineguagliata presentazione dei personaggi. Tutti i lottatori sono differenti al punto giusto ed ognuno di questi vanta una storia personale ed una profondità di gioco che di fatto rendono infinito il titolo.
Gli scontri a due giocatori sono virtualmente eterni e le mosse di gioco, dalle quale sono scaturite un’infinità di leggende metropolitane, incredibili.
SF II è veramente uno dei primi videogiochi di massa. Da qui la storia è nota. Una serie infinita di cloni e di rivisitazioni proliferano e Capcom, che con Darkstalkers e i vari “VS” produce comunque buone varianti, vive un periodo dorato. Su Super NES e Megadrive SF II vende cifre spaventose in ogni sua versione. In questa fase, di inizio anni novanta, in cui il mercato videoludico tende in parte a fossilizzarsi sui picchiaduro a incontri o sui platform Capcom riesce a produrre alcune novità interessanti quali Mega Man X, Breath of Fire II e Demon’s Crest.
La generazione successiva, legata alla perdita di interesse per il mercato arcade, porta Capcom ad abbracciare il supporto cd (Playstation e Saturn). L’allontanamento da Nintendo, se si escludono gli accordi per le console portatili, porta comunque molte novità importanti. È il 1996 e Resident Evil diventa l’ennesima killer application ed ancora una volta Capcom inventa un genere e si ricicla con Dino Crisis. In questa fase Capcom è in grado di tenere rapporti con Sega, Sony, Nintendo ed anche con la neonata e sfortunatissima console targata Panasonic. Il 3DO ospita infatti, unico titolo Capcom, una conversione di Street Fighter II che ancora oggi è considerata tra le migliori prodotte.
La marea
Interrompiamo momentaneamente la storia attraverso i titoli pubblicati per lasciare spazio ad alcune riflessioni. È piuttosto facile spiegare i motivi del successo di Capcom nella capacità di allargare il mercato non chiudendo le porte a nessuno ed al tempo stesso di mantenere vivi i brand più importanti. Il difetto maggiore, che di fatto ha segnato una lieve flessione per la SH con le console di scorsa generazione, è invece legato ad una politica di marketing condivisibile soltanto in parte. Storicamente Capcom ha mostrato una gran genialità nello sviluppare nuovi titoli e nel creare punti di riferimento. Senza Resident Evil probabilmente non ci sarebbe Silent Hill e senza Street Fighter non ci sarebbe Soul Calibur, ma il riciclo continuo dei propri titoli alla lunga ha fatto perdere interesse alle serie. Tra Mega Man e Mega Man 9, considerando tutti gli episodi di mezzo, le differenze sono minime. Lo stesso vale per i Resident Evil, almeno fino all’episodio Zero, per Devil May Cry e per molti altri. Se poi pensiamo ai picchiaduro a incontri possiamo osservare come Capcom abbia proposto circa cinquanta titoli praticamente identici a SFII proponendo tra l’altro il flop Street Fighter III e lo scempio Street Fighter EX. Questa situazione ha portato ad un sovraffollamento di remake e seguiti poco ispirati e fortunatamente ad una nuova vita. Forse consci degli errori precedenti gli sviluppatori hanno, pur mantenendo vivi i vecchi titoli, provato ad offrire qualcosa di nuovo collaborando con altre etichette e scegliendo nuove strade in modo da accontentare anche i fan che esigevano novità. Se titoli come PN03 non hanno ottenuto il successo sperato e Viewtiful Joe è col secondo episodio ricaduto nell’errore del “riciclo” ad ogni costo, lo stesso non si può dire di Okami, Dead Rising, Killer 7, Zack e Wiki e dell’innovativo Resident Evil 4. Questo nuovo corso ha permesso a Capcom di giustificare alcuni esperimenti dedicati agli appassionati quali lo splendido Mega Man 9. Le ultime generazioni e le collaborazioni con Sony, Nintendo e Microsoft hanno rilanciato totalmente il marchio che vive una fase nuovamente propositiva.
Concludiamo questo speciale, ricordando che la complessa storia Capcom meriterebbe un libro per essere appresa in pieno, con una breve riflessione sui due titoli più attesi: Resident Evil 5 e Street Fighter IV. La speranza è che Capcom riesca a introdurre qualcosa di nuovo nei suoi marchi più importanti senza sminuire le origini dei due giochi e trovando il giusto equilibrio tra tradizione ed innovazione.