Recensione di Condemned 2: Bloodshot

Copertina Videogioco Condemned 2
  • Piattaforme:

     PS3, Xbox 360
  • Genere:

     Azione
  • Sviluppatore:

     Monolith Productions
  • Distributore:

     Halifax
  • Lingua:

     Italiano (sottotitoli)
  • Giocatori:

     1
  • Data uscita:

     Disponibile
- Grande atmosfera
- Gameplay vario
- Tecnicamente valido
- Talvolta frustrante
- Multiplayer debole
- Longevità non eccelsa
- Non può essere innovativo come il primo capitolo
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A cura di (Songoku) del
Dopo la sua prima avventura, contemporanea al lancio di Xbox360, l’agente Ethan Thomas è di nuovo chiamato a combattere, anche se ha lasciato il servizio e si è attaccato alla bottiglia. Scopriamo cosa ha da offrire questo suo secondo viaggio nell’incubo.

Gli ingredienti del successo, e qualcosa di nuovo
Sega e Monolith erano ben coscienti, al lancio del primo Condemned, di stare offrendo qualcosa di nuovo nel panorama videoludico. Un calibrato mix di First Person (con poco “Shooter”), picchiaduro a scorrimento e survival horror, a creare una storia appassionante e un’esperienza diversa dal solito.
L’obiettivo fu in gran parte raggiunto, con un buon successo di pubblico e di critica, così era scontato attendersi un seguito che riprendesse quelle stesse meccaniche di gioco. Ethan Thomas, malgrado il suo abbrutimento verso un’esistenza fatta di pochi alti e molti bassi, continua a fronteggiare i nemici nel modo che abbiamo imparato ad amare: usando cioè poche armi da fuoco a lunga distanza (comunque aumentate rispetto al capitolo precedente), prediligendo invece l’utilizzo di altri strumenti di lotta, quasi sempre recuperati sul posto, negli ambienti che si trova a esplorare.
Condemned 2: Bloodshot presenta una trama accattivante, anche se non trascendentale, che porta Ethan a girovagare per strade sporche e appartamenti diroccati, seguendo una scia di sangue e inquietanti avvenimenti all’interno di un mondo violento e popolato di pazzi scatenati. La tradizione del gioco, che privilegia lo scontro corpo a corpo, è ripresa e potenziata: Ethan inizia il suo viaggio prendendo i nemici a pugni, fuori da un bar, ma nel giro di pochi minuti è già in grado di raccogliere una notevole quantità di oggetti contundenti da usare come armi. La scelta è davvero ampia, passando dalle spranghe di ferro alle assi di legno, dai cavi elettrici ai tubi del riscaldamento, dalle stampelle ai mattoni, arrivando persino a vere e proprie chicche come assi del water e bambole esplosive.
Ognuna delle armi di fortuna che Ethan recupera nell’ambiente circostante è caratterizzata da quattro parametri (danno provocato, portata, velocità di utilizzo e usura) che consentono di scegliere con oculatezza consultando un’apposita finestra: meglio un martello di ferro che un’asse di legno se cerchiamo la potenza, meglio una spranga di un mattone se vogliamo tenere a distanza i nemici.
Quando si imbraccia un’arma, ma soprattutto se si usano i pugni, il gioco mette a disposizione una notevole serie di combo e attacchi speciali, che possono causare gravi danni e sono spesso molto coreografici da vedere. Non solo Ethan può realizzare combinazioni di pugni (e poi calci) di potenza crescente, ma dopo il caricamento progressivo di un’apposita barra può anche dar vita a mosse più particolari, come quick time event e tecniche mortali di grande impatto visivo: basti sapere che, quando l’avversario è in ginocchio, ormai impotente, Thomas può prendergli la testa e sbatterla/incastrarla/schiacciarla in un punto dello scenario, opportunamente segnalato da un’icona a forma di teschio. Questa e altre tecniche contribuiscono grandemente al fascino del corpo a corpo, risultando molto appaganti per il giocatore. Ci si può anche riparare, ma occorre molto tempismo per riuscire a ribattere il colpo, col risultato che spesso è preferibile adottare una strategia da toccata e fuga, colpendo l’avversario per poi allontanarsi repentinamente.
Le armi possono anche essere lanciate: questo è particolarmente utile soprattutto se dobbiamo far cadere un avversario in corsa, visto che colpire un nemico a terra significa ucciderlo all’istante, a prescindere dall’arma si sta imbracciando.
Come detto, ci sono anche le armi da fuoco, pur molto limitate. Il loro uso è legato a un’idea brillante: Ethan è ormai un alcolizzato, e quindi fatica a prendere la mira con precisione. Per ovviare al problema basta farlo bere un goccetto da una delle bottiglie sparse qua e là, così che per un paio di minuti la sua mano sia salda. Non sarà educativo, ma è dannatamente divertente.

Malgrado i combattimenti siano molto frequenti, essi non esauriscono le possibilità del gameplay. Ethan, seguendo il corso della storia, incappa in missioni secondarie che aumentano la componente esplorativa, visto che spesso richiedono il ritrovamento di alcuni oggetti come gli emettitori sonici, le televisioni e le radio munite di antenna (che consentono di ascoltare trasmissioni tv e i misteriosi consigli di un inquietante alleato), i laboratori per la produzione della droga e via dicendo. Rispetto al capitolo precedente è stata notevolmente potenziata la componente investigativa legata alle scene del crimine. Spesso il protagonista si ritrova a dover analizzare determinati ambienti per trovare indizi e collezionare prove. In certi casi, questo lavoro da polizia scientifica serve a capire meglio la trama, in altri diventa una precisa necessità per al sopravvivenza: spesso Thomas è costretto a usare le sue abilità e i suoi strumenti di indagine per capire come riparare un ascensore guasto, trovare la combinazione di una porta chiusa e risolvere altri enigmi simili. Per il giocatore, questo approccio significa ragionare per trovare e interpretare al meglio gli indizi, così da riuscire a procedere nell’avventura.
Nelle sue indagini, Ethan è supportato da alcuni strumenti ben congegnati: un rivelatore di suoni, che consente di trovare più facilmente gli emettitori; una macchina fotografica, con la quale raccogliere prove visive dalle scene del crimine; una luce a raggi ultravioletti, per seguire scie di sangue quasi invisibili a occhio nudo; infine un gps, che consente di accedere alla mappa della zona senza mettere il gioco in pausa e quindi senza sacrificare la tensione. Tanto più che l’uso di questi aggeggi impedisce di imbracciare contemporaneamente le armi. Quindi usateli solo quando sapete di essere soli!
Portare a termine con successo le investigazioni e completare gli obiettivi secondari ha inoltre effetto sul giudizio globale al termine di ogni missione, che a sua volta determina il conseguimento di upgrade più o meno efficaci. Col procedere del gioco, infatti, Ethan entra in possesso di nuovi strumenti utili, come un pugno di ferro per rendere i cazzotti più potenti, un giubbotto antiproiettile, una pistola taser e via dicendo.

Dal punto di vista del gameplay nudo e crudo c’è dunque di che rallegrarsi, visto che i punti forti del prequel sono stati mantenuti, con l’aggiunta di qualche interessante novità. Bisogna però dire che non è tutto oro quello che luccica, e se ne parlerà maggiormente nei successivi paragrafi. Nell’analisi della giocabilità, ci limitiamo a sottolineare che permane qualche problema in termini di fisica: il combattimento corpo a corpo non è reso in maniera molto realistica, e l’interazione con l’avversario fatica a dare la sensazione della potenza dei colpi. Allo stesso modo, l’ambiente circostante è ricco di opportunità, perché offre molte armi improvvisate, ma al contempo la distruttibilità dello scenario è piuttosto scarsa. Soprattutto, si verificano situazioni strane per cui una semplice scatola di cartone diventa un ostacolo insormontabile, visto che Ethan non può nemmeno saltare.

Grande atmosfera, con qualche difetto
Condemned 2, così come il suo predecessore, punto molto sull’atmosfera. L’ambientazione, la trama, il design degli ambienti e la cieca ferocia dei nemici contribuiscono a creare una notevole tensione, quando non puro spavento, che è forse la nota più lieta di tutto il gioco. Il faticoso girovagare di Ethan è una fonte continua di adrenalina, perché la morte è sempre dietro l’angolo. Alle sorprese pure, fatte di viscidi mostri o teppisti imbottiti di droga che spuntano fuori all’improvviso, si affiancano situazioni più inquietanti in cui il giocatore sa di trovarsi nelle vicinanze di un nemico, senza però conoscere la sua esatta posizione. La gran mole di personaggi che si lasciano intravedere da lontano, senza attaccarci immediatamente, creano un’efficacissima sensazione di disagio: il giocatore è portato a muoversi con grande circospezione, e l’esperienza ludica ne guadagna.
Ciò che rischia di rovinare questa atmosfera, almeno in parte, è l’eccessiva linearità dell’azione. Si tratta di un problema già riscontrato nel precedente episodio: la storia procede su un binario abbastanza rigido, e gli spazi da esplorare non concedono una grande libertà. La sfida, per il giocatore, è spesso quella di capire come raggiungere un determinato punto, piuttosto che trovare la via giusta tra molti bivi. Questo, in realtà, non è necessariamente un problema in sé, visto che una libertà d’azione limitata potrebbe andare di pari passo con una crescita costante della suspense e uno sviluppo cinematografico. Purtroppo questo avviene solo parzialmente, a causa della frequenza dei decessi del protagonista e del comportamento dei nemici. Ethan muore spesso, perché i cattivi spuntano fuori all’improvviso e spesso in gruppi di due-tre, rendendo difficile fuggire o contrattaccare. Purtroppo, dopo il caricamento del checkpoint, la situazione è esattamente la medesima, e il giocatore sa già in anticipo cosa succederà, potendo quindi prevedere le mosse dei nemici. Si finisce col provare pietà di quel povero mostro che per la quarta volta di fila vi corre incontro con la pelle in fiamme…
Il risultato è un’eccessiva ripetitività, che poteva essere limitata da un comportamento variabile degli avversari ma anche da un bilanciamento migliore del livello di difficoltà: meglio avvertire un attimo prima il pericolo, per evitarlo all’ultimo secondo, piuttosto che morire due o tre volte e ripetere sempre lo stesso percorso.

Ethan, eroe solitario
La longevità della campagna in singolo è da considerarsi soddisfacente, anche se non trascendentale. Il problema viene dalle altre modalità, che faticano a offrire ulteriori possibilità di gioco. Tra le possibilità troviamo il Bloodshot Fight Club, sorta di piccole missioni da portare rapidamente a termine, nella stessa atmosfera del gioco. Ma in realtà non si tratta di un extra così allettante. Anche il multiplayer lascia un po’ a desiderare: le partite on line finiscono quasi sempre con l’essere delle gran risse, che pur divertendo inizialmente si rivelano presto per quello che sono, cioè una gran confusione.
Se consideriamo che il fattore rigiocabilità è piuttosto basso, vista anche la forte linearità della trama, se ne conclude che la longevità non è esattamente il punto forte del titolo.

Comparto tecnico
Dal punto di vista della realizzazione audiovisiva, Condemned 2 riesce a mostrare buone cose. L’immagine è sempre pulita e dettagliata, e il design di ambienti e personaggi è molto ispirato. La sensazione di angoscia e inquietudine, pressoché costante nel gioco, è resa bene dalla creazione di scenari cupi e malati, con scritte orrorifiche sui muri e sostanze vischiose di oscura provenienza nascoste negli angoli. Senza dimenticare i frequenti passaggi in cui la visione di Ethan è distorta o influenzata I personaggi si muovono egregiamente e sono costituiti da un buon numero di poligoni. Soprattutto, reagiscono ai colpi ferendosi e riempiendosi di sangue, ondeggiando per la stanza in modo credibile. Plauso particolare alle texture, sempre molto corpose e variegate, e agli effetti di luce: la piccola torcia di Ethan è spesso l’unica fonte di illuminazione, e i giochi di luce e ombra sono sempre molto efficaci.
Ancora meglio sul fronte sonoro. Condemned 2 è un titolo che andrebbe giocato in una stanza buia, col volume al massimo: sussurri, fruscii, passi e urla sono solo alcuni dei molti effetti che rendono l’esperienza di gioco completa ed emozionante.
Tuttavia, anche in questo caso, oltre ai pro ci sono i contro. Il framerate è quasi sempre stabile, ma si nota ugualmente qualche rallentamento nelle fasi più concitate e in corrispondenza dei frequenti salvataggi. Già si è detto della fisica, che di sicuro poteva offrire un risultato migliore sia nell’interazione tra il protagonista e i nemici, sia nel rapporto con lo scenario. A questo vanno aggiunti dei caricamenti un po’ troppo lunghi, resi più fastidiosi dal fatto che, come accennato, si muore abbastanza spesso.
Recensione Videogioco CONDEMNED 2: BLOODSHOT scritta da SONGOKU A conti fatti possiamo dare un giudizio sicuramente positivo a Condemned 2: Bloodshot. La somiglianza col predecessore è evidente, ma il gameplay rimane comunque fresco in mancanza di altri giochi realmente simili sul mercato. Qualche gustosa novità, come le rinnovate scene di investigazione, vanno di pari passo con un’ottima atmosfera horror, per garantire un’esperienza di gioco intensa ed appagante, anche (e forse soprattutto) per chi non conosce il primo episodio.
Purtroppo ci sono anche alcune pecche, come un’eccessiva linearità dell’azione, un livello di difficoltà a volte sbilanciato e una modalità multiplayer francamente debole. Aggiungiamoci qualche difetto grafico, all’interno di un comparto tecnico comunque molto buono, ed ecco spiegato perché il titolo non può essere considerato un capolavoro. Ma se cercate un gioco solido, che vi tenga incollati alla poltrona, non abbiate paura: Condemned 2 può fare al caso vostro.
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