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Va(le) Pensiero

Va(le) Pensiero

Come un gioco problematico è diventato tra i miei preferiti del 2016

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NB: Nel testo sono presenti alcuni riferimenti alla trama di Final Fantasy XV. Nel caso in cui non abbiate avuto ancora occasione di prendere in mano il titolo e non vogliate spoilerarvi nulla, non vi consigliamo di proseguire oltre nella lettura. Però andatevelo a giocare il prima possibile e tornate a leggere.

L’inizio di un nuovo anno, nella vita vera come nella nostra patinata di pixel, è inevitabilmente tempo di bilanci. In questi giorni ho pensato a cosa ho giocato, cosa è successo, quali “insegnamenti” mi porto dietro per l’anno nuovo, insomma, le solite cose.
Quelli appena conclusi sono stati 365 giorni molto ricchi, lo abbiamo ripetuto spesso, e tra i videogiochi usciti nell’anno ci sono stati anche degli illustri ritorni che da un po’ si erano fatti aspettare. Nella fattispecie mi riferisco a Final Fantasy XV.
Il travagliato lavoro di Hajime Tabata è stato discusso moltissimo. Ha decisamente polarizzato l’utenza, mettendo chi si è sentito oltraggiato dalle idee di Tabata contro la schiera di chi, invece, ha saputo apprezzare lo sforzo non indifferente di dare nuova linfa ad una serie pericolosamente in via di estinzione, nonostante i problemi di questo quindicesimo capitolo.
Io sono tra questi ultimi, e ancora devo capire il perché.



Fan di sempre e nuovi amici

Un po’ di contesto. Il gioco si apre, ogni volta, con la frase: “Dedicato ai fan di sempre e ai nuovi amici di FINAL FANTASY”. Ecco, io rientro nella seconda categoria. Ho fatto sempre fatica a giocare i JRPG, con qualche illustre eccezione tra cui, cerco di ricordare a spanne, Xenoblade Chronicles, Dragon Quest VII, un paio di Paper Mario, e pochi altri. Riguardo Final Fantasy giocai parti dell’ottavo, decimo e dodicesimo capitolo, senza però finirli. Non ci riesco, non ho quella pazienza di dedicarmi anima e corpo a questi titoli e, soprattutto negli ultimi anni, ho sviluppato una certa avversione nei confronti della narrazione alla giapponese, in ogni medium di intrattenimento. Non è tra i miei generi preferiti in assoluto.
Nello specifico, mi sono interessato alla fatica di Tabata solo dopo il passaggio di testimone da Versus XIII a XV. Quando si è iniziato a capire qualche sparuto dettaglio della trama un po’ per curiosità, un po’ perché ho a che fare con le news videoludiche ogni giorno, ho iniziato a seguire ogni aggiornamento del gioco.
Da lì sono arrivato a comprare il gioco a qualche giorno dal day one e, qualche giorno fa, a prendermi addirittura il season pass. Per inciso, è il secondo season pass in assoluto (comprato a prezzo pieno, almeno) che ho attivato da quando esistono. Il primo è stato quello di The Division di cui mi sono pentito amaramente, ma questa è un’altra storia di cui, se volete, riparleremo.
Poi ho giocato Final Fantasy XV, ho tempestato il mio profilo Facebook delle foto di Prompto, provato una miriade di soluzioni possibili per personalizzare la Regalia, ed infine sono giunto all’emozionante finale. In tutto questo mi sono scontrato con alcuni dei problemi più imbarazzanti che abbia mai visto in un videogioco. Eppure, anche sforzandomi di essere il più oggettivo possibile, non riesco a stroncare Final Fantasy XV. E fidatevi che ce n’è di roba per poterlo fare, tipo il capitolo 13.



Gli avanzi del giorno prima
Qualche settimana fa, per curiosità, mi sono visto una compilation di tutti i trailer del gioco, da quando si chiamava Versus XIII ad oggi. Non oso immaginare cosa debba essere stato per Tabata ritrovarsi con una lavoro del genere, da riscrivere per buona parte da capo, e doverne tirare fuori qualcosa di decente. Non lo sappiamo ancora per certo, ma sono abbastanza convinto che il capitolo 13 (che numero sfortunato…) di Final Fantasy XV sia un retaggio del vecchio progetto, figlio di quella struttura “a corridoio” dell’altrettanto vituperato tredicesimo capitolo.
Davvero, io non riesco a capacitarmi di come si sia potuta prendere per buona una sequenza di gioco così. L’unica spiegazione è che, appunto, fosse una parte talmente corposa da non poterla rifare da capo. Un po’ come la tipica mezza teglia di lasagne rimasta dal cenone di Capodanno: dopo la sbornia e la notte brava non mangeresti neanche una galletta di riso ma che fai, le lasci lì?
Il problema è che, come la lasagna, finire il capitolo senza sforzi di stomaco è un’impresa mica da ridere. A parte la struttura a corridoio che, volendo, ha senso vederla nell’ottica di non voler creare la tipica situazione surreale da “il malvagio più malvagio mi sta aspettando, ma ho proprio bisogno di andare a raccogliere le rape per il mercante”, sono proprio le soluzioni di gameplay che lasciano veramente senza parole. Alla fine, come nella Terra di Mezzo, è tutta colpa di un anello, quel cavolo di anello di Lucis che Noctis è costretto ad indossare per le ore più pesanti di tutta l’avventura. Cose che, fino ad un secondo prima erano normalissime, diventano di una lentezza allucinante. Di colpo, da combattimenti con miriade di mostri, si passa a degli inutili scontri casuali con una media di due/tre nemici che appaiono dal nulla, con l’impressione che siano messi lì solo per allungare un po’ il contatore delle ore. Per non parlare dell’evitabilissima ed improbabile sezione stealth che, davvero, non volevo credere di stare giocando una roba del genere.
Per fortuna si riprende sul finale quando, uno ad uno, il nostro eroe si ricongiunge ai suoi amici e, tutti insieme si avviano verso il rush finale della storia. Se la gioca sull’emozione quel ruffiano di Tabata, come in altri momenti del gioco, e conosce anche le regole del gioco molto bene, il buon Hajime.



Per motivi di trama
Non è che il capitolo 13 sia l’unico baluardo di ciò che di discutibile ha da offrire Final Fantasy XV. Sempre parlando di storia, il format proposto da Square Enix è interessante nelle intenzioni, meno nell’esecuzione. È difficile pensare un opera per cui, per capirne le sfaccettature, è necessario giocarsi più demo (per altro bruttine, mi dicono), vedersi un film (visto durante le festività, dimenticabile) e una miniserie anime. Può venire fuori una grandissima operazione trans-mediale – che è una parola meno brutta di quanto sembri – oppure si può rischiare di lasciare il giocatore spaesato se è dal videogioco che inizia a vivere questa “fantasia basata sulla realtà”. Questo è quello che è successo purtroppo.
Giocando a Final Fantasy XV la sensazione, spesso, è che manchi qualcosa. E non è che non ci sia una spiegazione al perché Noctis e Lunafreya comunichino attraverso dei cani, per esempio, è solo che non è nel videogioco. Questo è un problema, effettivamente, e rende la storia più fragile di quanto poteva essere. Dal capitolo 9 in poi la trama prende una piega decisamente sotto tono, con momenti che sono poco chiari o semplicemente buttati lì giusto per. Voglio dire, Noctis sta girando in lungo in largo per cercare le divinità del mondo, e poi si scopre che Gentiana è Shiva? Che senso ha rivelarlo in quel modo?
Non è solo nella trama che ho trovato Final Fantasy XV un po’ carente, ma anche nella dimensione più tecnica. Graficamente, considerata la storia tumultuosa dello sviluppo e il fatto che gira su PS4, è un mezzo miracolo. La direzione artistica è stupefacente e già iconica, ed è un peccato vederla cozzare con i capelli seghettati dei protagonisti, le animazioni a volte bislacche ed un frame rate per niente stabile. Il combat system, infine, risulta troppo dinamico per essere profondo, e troppo macchinoso per essere funzionale. Il sistema delle magie è interessante, un po’ meno il modo in cui si integrano nella dinamica di combattimento. Inoltre le mosse di Gladio, Ignis e Prompto, che alla fine risultano poco stratificate e si finisce per usare sempre le stesse due-tre.
Pensavo, chiunque si sia occupato della gestione della telecamera deve avere una particolare passione per l’architettura. Altrimenti non mi spiego perché, nei dungeon, si finisce sempre ad ammirare le mattonelle mentre i mostri prendono a ceffoni il quartetto.



La cumpa più bella che c’è

Leggendo tutto ciò si è portati a pensare che non ci sia niente da salvare in Final Fantasy XV. Il trucco è che si capisce tutto alla fine.
Il fulcro di questo capitolo della saga è il viaggio, non la destinazione. Tutta la vicenda di Lucis e dell’Impero passa in secondo piano spesso e volentieri, così come alcuni dei comprimari e degli antagonisti, rispetto a Noctis, Gladio, Ignis, Prompto e la Regalia. Sono quei quattro gaglioffi a tenere sulle spalle tutto il peso della produzione. Il viaggio di questa boyband mancata, alla fine, riesce a toccare le corde giuste per essere genuinamente emozionante. La stessa morte di Lunafreya - gratuita nell’esecuzione e un po’ frettolosa nello strascico su Noctis – è un evento solamente funzionale a rendere il principe di Lucis ciò che diventa nel quattordicesimo capitolo.
Sì perché dopo quell’agghiacciante agglomerato di brutte idee di cui abbiamo parlato, c’è una parte la cui bellezza sconcertante riesce inaspettatamente a coprire tutto il malsano di prima. Ci sono un sacco di carote e bastoni, che nonostante tutto funzionano: l’evoluzione struggente di Noctis arriva con il sempre comodo salto temporale di dieci anni, ma il viaggio con l’apprendimento delle vicende dei suoi compagni, mentre i deamon scorrazzano indisturbati nei dintorni, è appagante; lo scontro con Ifrit è spettacolare ma pilotato (seppure meno rispetto ad altri, va detto), e viene da chiedersi perché Noctis non evochi subito Shiva invece di scomodare Bahamut, che per altro si rivela inutile; il combattimento con Ardyn che strizza più di un occhio a quelli di Dragon Ball nell’esecuzione, che però si risolve in un finale emotivamente potentissimo.
Ma tutto questo non importa, perché alla fine l’alchimia del quartetto di protagonisti è vincente, e non è un caso che la scena finale, quella prima del sogno/aldilà/realtà alternativa con Lunafreya, sia dedicata a loro, all’ultimo campeggio prima della fine di tutto. E ci vuole coraggio ad affidare le redini della storia a sole quattro persone (e non quattordici come al solito), un principe smidollato, un consigliere pedante, un amico sempliciotto e una guardia del corpo strafottente.
Per questo, forse, ho apprezzato Final Fantasy XV. Non è una storia di divinità, improbabili intrecci politici, antichi artefatti o chissà cosa, ma un semplice viaggio in cui ci si sente a proprio agio tra quattro persone che non sono pronte ad affrontare ciò che gli si para davanti.
Ma in fondo chi può dire di essere pronto ad affrontare qualcosa, nella vita?

La mia esperienza con Final Fantasy XV, nonostante tutto, è stata più che positiva. Lo dice uno che i JRPG difficilmente li sopporta, e vi consiglio di prendere questa storia come un proposito per il 2017: buttatevi. Ogni tanto, mica sempre, scendete dalle vostre barricate e provate a sedervi su quelle degli altri per scoprire l’effetto che fa. Io se non avessi provato a giocare un JRPG non avrei mai vissuto la tragica epopea di Noctis ed i suoi amici, e sarebbe stato davvero un peccato.

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