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Bioshock The Collection

Bioshock The Collection

Somewhere beyond the sea

Recensione

PC, PS4, XONE

15 settembre 2016 (Steam) - 16 settembre 2016

A cura di Gianluca “DottorKillex” Arena del 21/09/2016
Pochi giochi nella recente storia videoludica hanno avuto l'impatto che ebbe Bioshock nel 2007: firmato dai ragazzi di Irrational Games, capitanati dal genio visionario di Ken Levine, il prodotto era nato come seguito spirituale di System Shock 2, ma si rivelò essere molto di più.
Merito di una delle ambientazioni più affascinanti e magnetiche di sempre e di un gameplay che fondeva alla perfezione numerosi generi (dagli sparatutto in prima persona ai giochi di ruolo, passando per le avventure), ma anche di una narrativa rivoluzionaria, tanto nei temi trattati quanto nella modalità di esposizione, con il ricorso sistematico a diari e nastri sparsi lungo gli stage che il giocatore poteva reperire e ascoltare, mettendo insieme, uno ad uno, i pezzi di un puzzle malato, distopico, grottesco.
Inspiegabilmente, durante quella che è la generazione dei remaster per eccellenza, nessuno dei tre titoli componenti la serie aveva ancora ricevuto il trattamento in alta definizione: Bioshock The Collection cade quindi a fagiolo. 



Utopie ed incubi
La narrativa che fa da sfondo ai tre titoli compresi in questa Bioshock The Collection è stata (giustamente) additata come una delle migliori in assoluto della passata generazione di console, che pure non è stata povera di storie ben raccontate e personaggi rimasti nel cuore dei videogiocatori.
L'idea di una città in fondo al mare, liberamente ispirata agli scritti di Ayn Rand, madrina dell'oggettivismo, prendeva vita grazie al talento dei ragazzi di Irrational Games, bravissimi a far propri spunti letterari noti (dal mito di Atlante a lontani echi orwelliani) e rielaborarne i messaggi, dando vita ad universi coerenti nella loro deformità.
Nel primo titolo il giocatore, sopravvissuto ad uno schianto aereo nel bel mezzo dell'oceano, si imbatteva in una metropoli sottomarina, figlia della visione utopica di Andrew Ryan, convinto che al di sopra dell'uomo non dovesse esserci alcun dio: partendo da basi filosofiche reali, Ken Levine e compagnia avevano dipinto una società decadente, in cui l'abuso di droghe e l'arroganza avevano prevalso sulla parte migliore dell'umanità.
Il seguito, da alcuni considerato il titolo meno riuscito del trittico, riprendeva location e alcuni personaggi, mettendo però il giocatore nei panni del primo dei Big Daddy, imponenti sentinelle delle Little Sister già viste nel gioco d'esordio.
Non era il cambio di prospettiva a nuocere a Bioshock 2, quanto piuttosto figure centrali meno carismatiche di quelle viste nel primo capitolo, oltre alla mancanza dell'effetto sorpresa di cui quest'ultimo poté giovarsi.
Nel 2013, poi, fu la vota di Bioshock Infinite, con il ritorno al timone di Mr. Levine e il passaggio dalle profondità degli abissi fino alle nuvole, dove Columbia svettava sulle terre degli uomini: qui le paranoie, le storture e le finalità erano diverse, ma il senso di scoperta e di costante disagio erano i medesimi.
Figure come quella di Andrew Ryan, della dottoressa Tenenbaum, di Elizabeth rimangono scolpite nell'immaginario collettivo di tutti quei giocatori che ad un titolo in prima persona chiedono, prima di tutto, un tasso di immersione incredibile, una fuga dalla realtà quotidiana e un mondo altro in cui rifugiarsi, magari al termine di una giornata di lavoro particolarmente stressante.
L'ampio spettro delle emozioni che si provano giocando ai tre titoli, che va dalla meraviglia al disagio, è rimasto inadulterato nonostante i quasi dieci anni trascorsi dalla pubblicazione del primo episodio, a testimonianza della forza evocativa dei rispettivi mondi di gioco e dell'eccellente qualità della scrittura.


Tutto come prima
Nessuna delle meccaniche di gioco è stata minimamente toccata, com'è tradizione per le operazioni di remaster, e quindi, per i pochi che non avessero avuto occasione di giocare nemmeno uno dei tre capitoli, ci limiteremo ad un breve riassunto della tipologia di giochi contenuti in questa collection.
I tre Bioshock si configurano come peculiari ibridi tra un gioco di ruolo ed uno sparatutto in prima persona, con l'enfasi sull'azione che è andata via via aumentando di capitolo in capitolo, raggiungendo il suo apice in Infinite, in cui gli elementi ruolistici svolgono un ruolo più secondario.
Grandissima importanza è data all'esplorazione e, soprattutto nei capitoli ambientati a Rapture, scontri frenetici con numerosi nemici si alternano a fasi tranquille, in cui al giocatore è lasciato il tempo di perdersi per le ambientazioni, rinvenire stralci di trama, sotto forma di nastri audio e testi da leggere, e raccogliere oggetti e potenziamenti sparsi per le mappe.
Il level design riflette questa impostazione, con stanzoni su più livelli adibiti agli scontri più feroci e zone maggiormente labirintiche, con stretti cunicoli ed un susseguirsi di porte e stanze nelle zone residenziali.
I plasmidi, poteri equipaggiabili che consentono di incenerire, congelare ed elettrificare gli avversari, tra le altre cose, allargano a dismisura le opzioni tattiche in mano al giocatore, garantendo una libertà d'approccio sconosciuta a molti congeneri.
La necessità (e il piacere) di esplorare ogni anfratto di Rapture è acuito, in questa collezione, dalla possibilità di rinvenire ulteriori bonus (nella forma di bobine d'oro) atti a sbloccare il documentario inedito, in cui Ken Levine e Shawn Robertson (rispettivamente direttore creativo e direttore delle animazioni) si siedono a discutere dell'impatto del gioco, delle idee dietro allo sviluppo, di cosa avrebbero voluto implementare ed invece manca nella versione finale: un extra gustoso, anche se dubitiamo che, da solo, valga il prezzo del biglietto.
Ancora una volta, a dare valore al pacchetto sono i giochi in sé, la bontà del gameplay che propongono, il connubio perfetto tra storytelling e azione, tra mondi affascinanti e divertimento pad alla mano: l'inclusione di tre contenuti single player originariamente rilasciati come DLC, ovvero Minerva's Den per Bioshock 2 e i due episodi di Burial at Sea per Bioshock Infinite, aggiunge qualità e quantità, innalzando un monte ore complessivo già considerevole.
Manca all'appello il multiplayer di cui si faceva latore, ai tempi dell'uscita, il secondo capitolo ma, francamente, in pochissimi ne sentiranno la mancanza.


Ben fatto
Il lavoro svolto sul versante tecnico, per rimodernare giochi che hanno dai nove ai tre anni di età sul groppone, è sicuramente sopra la media delle remaster che hanno affollato il calendario uscite di questa generazione, sebbene comunque non perfetto.
Il lavoro maggiore, ovviamente, è stato dedicato al capitolo d'esordio, che ha beneficiato enormemente del lavoro sulle texture di superficie, della quasi totale riscrittura del sistema di illuminazione, del miglioramento dell'espressività dei volti.
Discorso simile per Bioshock 2, dove le molte zone poco illuminate penalizzano il lavoro svolto ma evidenziano, comunque, una cura per i dettagli e una nitidezza dell'immagine decisamente migliori dell'originale.
Nessuna traccia dei problemi riscontrati, al momento di redigere questa recensione, dall'utenza PC: la versione PS4 da noi testata ha denunciato solamente un frame rate non sempre ancorato a sessanta frame per secondo, con cali compresi tra i cinque e dieci frame (su per giù) riscontrabili soprattutto in concomitanza con l'autosalvataggio.
Cionondimeno, il framerate aumentato dona all'azione nuova linfa, e i 1080p tirano a lucido Rapture come mai prima.
Stupisce meno Bioshock Infinite, pur splendido nelle sue viste mozzafiato e nel suo ricercato world design, perché il team di sviluppo si è qui limitato a convertire su console la versione PC, già all'epoca dell'uscita nettamente più performante di quella per Playstation 3 e Xbox 360; anche qui, comunque, in prossimità dei checkpoint il gioco rallenta, ma la cosa, pur antipatica, non influisce minimamente sulla godibilità del titolo, perché esso salva in momenti tranquilli, quando su schermo non ci sono nemici.
A conti fatti, insomma, non siamo dinanzi ad un upscale pigro, ma ad un lavoro più che discreto, che si accompagna a titoli il cui gameplay non è invecchiato di un giorno, nonostante gli anni trascorsi.
  • + Tre dei migliori titoli della scorsa generazione e tutti i DLC
    + Giochi invecchiati benissimo
    + Buon lavoro sul versante tecnico
    + Prezzo ribassato
  • - Qualche singhiozzo nel framerate
    - Poco materiale inedito
voto
8,5

Quando prendi tre dei giochi più influenti e significativi della scorsa generazione di console (e non solo), includi tutti i contenuti scaricabili usciti per giocatore singolo (tre dei quali di grandissima qualità), ti premuri di svecchiare il comparto visivo portando tutto a 1080p e a 60 fps, ti si perdona che questi ultimi non siano sempre granitici e che i contenuti inediti si limitino ad una serie di interviste, pure molto interessanti per i fan del primo capitolo.
Se non avete giocato anche solo uno dei tre titoli contenuti in questa Bioshock The Collection, l'acquisto è praticamente obbligato, mentre possono tranquillamente sorvolare tutti coloro che hanno già consumato la trilogia in versione originale: gli extra, da soli, non valgono i cinquanta euro richiesti dalla versione PS4 da noi recensita.

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