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We Happy Few

We Happy Few

Happy go lucky

Provato
A cura di del
Prima ancora di sapere di quale tipologia di gioco si trattasse, confessiamo di essere stati affascinati dalla disturbante distopia che i ragazzi di Compulsion Games (canadesi, da tenere d'occhio, sicché già Contrast non era male) proponevano con il loro We Happy Few: un'Inghilterra della metà degli anni '60, in cui l'assunzione di allucinogeni è non solo permessa, ma addirittura obbligatoria, così che i cittadini non si rendano conto dello squallore in cui vivono.
Sebbene rimaniamo convinti che la narrativa e l'ambientazione siano punti cardine del prodotto, la versione Preview disponibile da oggi sugli store di PC e Xbox One (versione testata) non si concentra sulla storia, quanto piuttosto su un assaggio delle meccaniche survival alla base del gioco.



Orwell ci fa un baffo
Wellington Wells è una cittadina della tipica provincia inglese situata nel sud ovest del paese, dove la nebbia, il grigiume e la pioggerellina costante sono inseparabili compagni di viaggio: in questo scenario si muove il protagonista, Arthur Hastings, più volte eletto miglior impiegato del mese, che occupa le sue giornate dinanzi ad uno strano macchinario, utile a censurare gli articoli di giornale.
Gli eventi narrati in questa alpha partono dall'ottobre del 1964, circa trent'anni dopo che le forze naziste hanno invaso e occupato il suolo britannico: i bombardamenti hanno raso al suolo gran parte della cittadina, ad eccezione di un nucleo centrale, separato dalle zone esterne da uno spesso cordone di sicurezza, con posti di blocco pattugliati ed imponenti sbarramenti.
Il fatto che Arthur ricordi solamente di sfuggita di aver avuto un fratello, Percival, e che la sua vita scorra sempre uguale a se stessa è causato dall'assunzione di Joy, un potente allucinogeno tramite il quale il governo tiene sotto controllo la situazione: tutti i cittadini che vogliano chiamarsi tali (le tipiche pecore che affollano le strade sotto le dittature) sono chiamati a ingerire più pillole al giorno, così da non accorgersi della miseria che li circonda.
Così, un topo morto diviene, ai loro occhi, una gustosa pignatta piena di leccornie, un rudere cadente una reggia e un crudele bobby, pronto ad usare un manganello, un gentile tutore della legge; Arthur smette di prendere la sua razione di pillole, e inizia a vedere le cose per come sono realmente: qui hanno origine tutti i suoi guai.
Immediatamente accusato di essere un Downer (uno che non sorride, com'è d'obbligo fare a Wellington Wells), viene inseguito da un paio di poliziotti, preso e malmenato, prima di risvegliarsi in un buio sotterraneo, nel quale ha inizio la parte giocata.
Sebbene non duri che una manciata di minuti, l'incipit delle vicende, l'unica parte dell'alpha che espone il giocatore alla trama e al mondo di gioco, dimostra quanta cura sia stata riposta tanto nell'ambientazione quanto nel ricreare la tipica atmosfera orwelliana, con rimandi più o meno velati a grandi opere della letteratura e del cinema, dal Kubrick di Arancia Meccanica (occhio agli accenti!) al già citato 1984 di Orwell, dal Brazil di Terry Gilliam al più recente V per Vendetta.
Gli amanti di queste rappresentazioni cupe e opprimenti del futuro dell'umanità troveranno qui pane per i loro denti, e la speranza è che la trama non passi troppo in secondo piano rispetto al pur buono gameplay.



Pugni e sopravvivenza

Pad alla mano, We Happy Few si configura come un survival game in prima persona di stampo abbastanza classico, che coniuga un sistema di combattimento semplice ma ben fatto ad uno di crafting abbastanza basilare, che non ha offerto grosse soddisfazioni durante le ore di test (che comunque non rappresentano che una frazione di una versione alpha, bene sottolinearlo).
Per quanto concerne il primo, esso consta di scontri all'arma bianca, che siano semplici scazzottate o che queste siano arricchite da mazze, spranghe, sassi o bottiglie, con i grilletti mappati all'uso delle due braccia e un soddisfacente feedback dei colpi portati sul grugno degli avversari, mentre il secondo prevede la possibilità di forgiare oggetti al semplice raggiungimento delle condizioni di crafting, senza bisogno di appoggiarsi a tavoli da lavoro, se non per costruire gli artefatti più complessi.
Durante queste prime ore di gioco è stato necessario trovare un bilanciamento tra l'assoluta necessità di non assumere pillole di Joy per disintossicarsi dalla dipendenza e quella di prenderne comunque una piccola quantità, tanto per ingannare i Downer Detector di cui sono muniti i checkpoint, quanto per non incappare nelle ire dei solerti cittadini di Hamlyn, una volta entrati nella città vecchia.
Rispetto ad altri survival visti negli ultimi mesi, abbiamo notato una maggiore facilità nel reperire i materiali e un livello di difficoltà elevato solamente in occasione degli scontri, ai quali si arriva sempre male equipaggiati rispetto ai nostri nemici; in compenso, la velocità con cui si svuotano le barre della fame, della sete e della stanchezza costringe a non allontanarsi mai troppo dal rifugio e a cibarsi costantemente di quello che capita a tiro, persino di cibi marci, che sono poi i più comuni all'interno della ridente comunità.
La difficoltà nell'uscire vincitori da uno scontro a viso aperto, accentuata dal fatto che saremo sempre in inferiorità numerica, sembra essere un modo come un altro per spingere il giocatore ad evitare il più possibile il confronto diretto, strisciando nell'ombra ed imparando ad evitare sguardi indiscreti: al momento, però, dopo aver steso un nemico alle spalle silenziosamente, tramite la pressione del tasto Y, è praticamente impossibile non attirare l'attenzione di altri passanti, perché questi sembrano avere occhi anche sulla nuca e si accorgono di cose che, in realtà, non potrebbero vedere.
Altra nota dolente è rappresentata (ma questo era da mettere in preventivo, in fondo) dal comparto tecnico, che, se già non brillerà, nella versione finale, per spettacolarità e conta poligonale, al momento denuncia anche una discreta quantità di bug, il caricamento ritardato di gran parte delle texture di superficie, tempi di caricamento molto lunghi, e, dulcis in fundo, compenetrazioni poligonali come se piovesse.
We Happy Few, d'altronde, è alle prime fasi di sviluppo, e gli stessi programmatori, consapevoli dell'acerbità del codice, chiedono aiuto alla community, quasi chiamata a fare da beta tester per il loro ambizioso progetto: a voi scegliere se salire sulla barca adesso, farlo più avanti o non farlo mai, ma le premesse sembrano positive.
  • [+] Storia e ambientazione assai affascinanti
    [+] Combat System semplice, ma molto fisico
    [+] Humour nero a profusione

Nonostante qualche intoppo tecnico di troppo, dovuto soprattutto allo stato di alpha in cui versa al momento, e una certa semplicità delle meccaniche survival, We Happy Few sembra avere tutte le carte in regola per ben figurare, soprattutto grazie ad un'ambientazione assai ispirata, una notevole dose di humour nero e un combat system tanto semplice quanto soddisfacente nel restituire gli impatti.
Certo, vista l'acerbità del codice, al momento è difficile consigliarlo senza condizioni, ma se non vi spaventano qualche bug qua e là e la mancata ottimizzazione di tanti piccoli aspetti, potreste volervi già immergere nella disperata Inghilterra alternativa dipinta dai ragazzi di Compulsion Games.
Da parte nostra, seguiremo di certo l'evolversi del prodotto nei prossimi mesi, fino alla release fissata per il 2017, quindi non dovete fare altro che rimanere sintonizzati sulle pagine di Spaziogames.it per saperne di più.

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