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Overwatch già Instant Classic?

Overwatch già Instant Classic?

Il successo di Overwatch sta nell'armonia

Speciale
A cura di del
Blizzard è una di quelle software house a cui è difficile voler male. Per dire, Ubisoft è paragonabile a quelle persone a cui, nonostante tutto, va sempre bene perché sono affabili, belle e di buona famiglia, Electronic Arts è il capoccia del quartiere, e Bethesda l’amico che ti riserva sempre qualche sorpresa. Lo studio con sede ad Irvine invece è la ragazza che ti sorride sempre, che ti vuole bene per quello che sei e farebbe di tutto per farti felice. Questa volta la giovane fanciulla ci ha donato un FPS nuovo di pacca e, nel caso in cui non aveste tempo per l'articolo, il riassunto è: Overwatch è stupendo e lo sono ancora di più i suoi personaggi. Fine. Ora potete pure andare al mare perché finalmente sono arrivate le vacanze. Per gli altri, vorrei spiegarvi perché, secondo me, tra i tanti pregi (e i pochi difetti) di Overwatch, il roster di personaggi sia il vero punto di forza dell’ultima fatica di Blizzard, il motivo per cui si può parlare di instant classic, come si suol dire.



Belli e brutti, bravi tutti
Overwatch si è presentato fin da subito come il punto di incontro ideale tra il mondo degli fps e quello dei MOBA. Come sapete, ogni eroe del gioco è unico in ogni aspetto, estetico o pratico che sia. Cito dal sito ufficiale del gioco: “non importa come giochi a Overwatch, c'è un eroe unico che ti sta aspettando. Padroneggia le sue abilità rivelando tutto il suo potenziale, e scatena il divertimento!”, ed è proprio questo il punto. Mentre un League of Legends risulta inevitabilmente poco accogliente nelle meccaniche per via delle tante cose da imparare, considerato anche il roster di ben 131 personaggi nel momento in cui scrivo, Overwatch riesce a divertire fin da subito chiunque. L’ho provato di persona con un amico, inizialmente scettico verso il gioco, che dopo aver giocato letteralmente tre partite il giorno dopo su Whatsapp mi scrive: “Sai, ora ho una certa scimmietta per Overwatch”. Il primate in questione è riferito all’attesa spasmodica del gioco e non a un vero animale, ovviamente. 
Questa è la ricetta del successo che il gioco sta avendo e avrà nei prossimi anni: ogni personaggio di Overwatch piace ed è appagante da giocare, ma soprattutto ce n’è uno per tutti i gusti, sia estetici che di gameplay. Per quest’ultimo aspetto in particolare vi rimando alla recensione sul sito ovviamente, limitandomi a ribadire come tra i ventidue protagonisti del gioco non trovarne qualcuno affine al proprio stile nonché capacità di gioco, sia una cosa che sfiora l’impossibile. Difficoltà, approccio al gioco, non ultimo il ruolo: Overwatch è uno degli shooter più accessibili degli ultimi anni, proprio per via della diversità tra tutti i personaggi. Tornando al discorso estetico, non me ne voglia Riot (ho anche giocato a LoL e mi ci sono anche divertito per un po’, eh), faccio un altro paragone ancora con il re dei MOBA. LoL ha creato buona parte del suo successo negli anni su dei personaggi esteticamente eccessivi, visivamente eccitanti e spesso stereotipati, sebbene ultimamente sembri che le cose siano leggermente cambiate.



Le dimensioni contano

Gli uomini, bene o male, hanno dei tratti distintivi l’uno dall’altro (escludendo i più “mostruosi”, ovviamente) mentre le donne hanno tutte una caratteristica ben chiara, ovvero misure corporee decisamente generose e una sessualità ben esposta. Non fraintendetemi, non voglio buttarla sul sessismo, sulla mercificazione della donna e compagnia bella, questi sono discorsi sterili che non mi appartengono, parlo di una pura e semplice identificazione. Se è vero che le signore di Blizzard hanno sempre avuto forme provocanti - pensiamo a Sarah Kerrigan - in Overwatch per una Tracer dalle natiche toniche, le stesse che hanno generato fior di polemiche, o una sensuale Widowmaker (caratteristiche peraltro ben inserite nel loro background), abbiamo la muscolosa Zarya e la paffuta Mei. Può sembrare una stupidaggine per molti, ma avere un roster così diversificato rende inevitabilmente più appetibile il prodotto. Il caso di Zarya è interessante in questo senso. Quando questa soldatessa nerboruta dai capelli rosa è stata presentata nel roster da Blizzard si sollevò l’inevitabile polemica da Internet. In molti giudicarono Zarya poco gradevole, perché creata solamente per soddisfare i cosiddetti Social Justice Warriors (da sempre in lotta contro la mercificazione del corpo femminile) e per giocare sullo stereotipo della donna russa forte e bianca. La cosa buffa è che nella creazione del personaggio pare siano stati presi come ispirazione due modelli femminili molto reali. La prima è Tamara Bakhlycheva, una CG artist di San Pietroburgo dal bel faccino che lavora in Blizzard sui modelli dei personaggi di Diablo 3; l’altra è Stefania Ferrario, un’affascinante e formosa modella plus-size australiana, che nel 2012 si rasò i capelli per raccogliere fondi per la ricerca sul cancro, e da allora li ha tenuti acconciati così, in una capigliatura che somiglia tantissimo a quella di Zarya, colore compreso.
A proposito di nazionalità, un punto a favore di Blizzard sono anche le tante etnie rappresentate dagli eroi. Widowmaker è francese, Tracer è inglese (chissà come avrà preso la Brexit?), Roadhog australiano, McCree statunitense, e così via. C’è addirittura un asceta androide del Nepal, che a ogni uccisione alterna frasi di grande saggezza. Per alcuni di voi potrebbe rappresentare una “furbizia”, e ci starebbe anche come ragionamento, nel voler evitare di scontentare qualcuno. Io, invece, ci vedo della maturità, perché oltretutto ha anche senso visto che parliamo di un’organizzazione, Overwatch, che si è sviluppata in tutto il mondo con le sue cellule operative. Per non parlare poi che ci sono la solidità tecnica grazie a cui il gioco gira a 1080p e 60fps anche su console, un’estetica gradevolissima, e un feeling piacevole pad/mouse e tastiera alla mano. 

Per quanto mi riguarda Blizzard con Overwatch ha raggiunto un nuovo livello nel suo già lodevole curriculum, e non scordiamoci che è il primo fps su cui mettono mano. A tutto questo si aggiungono eroi bellissimi, simpatici (oppure odiosi) e dal background ampissimo tra le biografie ufficiali e i corti animati (che da soli meriterebbero un’analisi dedicata) che ci raccontano la diatriba tra Hanzo e Genji, la fine di Mondatta per mano di Widowmaker che Tracer non ha potuto evitare, l’eroismo di Soldato-76 e la volontà di Winston di ricreare Overwatch, Reaper permettendo. L’impressione che ho sempre avuto è che, tolte le qualità intrinseche del prodotto e una cura così certosina nella creazione di ventidue icone dei videogiochi (perché alcuni personaggi già lo sono), Overwatch sarebbe stato un gioco molto diverso. E questo Blizzard lo sa, perché sin dal giorno uno della presentazione ha basato tutta la promozione del titolo su di essi. Ad esempio con esperimenti come le action figure giganti piazzate per il mondo il giorno del lancio, che non fanno altro che confermare questa volontà.


D’altronde, il mondo ha bisogno di eroi, non di teraflops.

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