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Crash Bandicoot - Retrospettiva I

Crash Bandicoot - Retrospettiva I

Storie di peramele

Speciale
A cura di del
Nonostante il tanto atteso annuncio del ritorno di Crash Bandicoot, dovremo aspettare ancora un po' prima di rivedere il peramele fare capolino sulle nostre console di nuova generazione. Nell'attesa della riproposizione dei primi tre, storici capitoli su PS4, quale occasione migliore per ripercorrere la storia della serie?
Nel corso di questi speciali, attraverseremo la vita di Crash Bandicoot, osservando il nostro esemplare dalla sua nascita fino alla sua - temporanea - scomparsa.
Siete pronti?

La nascita di un mito
Siamo nel 1994, i Naughty Dog sono uno studio ancora giovane, retto dai suoi fondatori, Andy Gavin e Jason Rubin. Dopo aver presentato Way of the Warrior ad Universal Interactive Studios, i giovani sviluppatori firmarono un contratto che prevedeva la realizzazione di altri tre giochi per conto di Universal. I giochi creati, quindi, sarebbero rimasti in mano a Universal una volta terminato il contratto: i Naughty Dog non avrebbero mai avuto alcun diritto sulla loro creatura.
Gavin e Rubin decisero di puntare su un genere nuovo per il loro team, vale a dire i platform, già all’apice del loro successo negli anni ’90; lo fecero scegliendo come console di destinazione la Playstation di Sony, ai tempi priva di una vera e propria mascotte rappresentativa, nei tempi in cui Mario e Sonic erano i simboli di Nintendo e Sega.
Gavin e Rubin decisero di utilizzare un animale poco conosciuto come base per il loro nuovo personaggio: dopo aver considerato i vombati (il titolo provvisorio del gioco, all’inizio dello sviluppo, era Willy the Wombat), la scelta ricadde sui bandicoot. Ed è in quel momento che vide i natali Crash Bandicoot, il cui primo titolo omonimo uscì su PS1 nel 1996, riscuotendo un ottimo successo di pubblico e critica.
Negli anni in cui Nintendo sperimentava coi mondi aperti in 3D con Mario 64, Crash Bandicoot era un titolo meno ambizioso: sebbene il mondo di gioco fosse in tre dimensioni, i livelli erano chiusi e ben delimitati.
Questo non significa che il gioco fosse semplicistico, affatto: il primo titolo della serie è anzi famoso per la sua difficoltà quasi proibitiva. Il gioco richiede infatti una precisione millimetrica nei salti e nell’eliminazione dei nemici, pena una morte istantanea. 
Il protagonista del gioco, Crash Bandicoot, deve attraversare quattro isole per salvare la sua fidanzata Tawna dalle grinfie del malvagio Dottor Neo Cortex, colui che ha trasformato Crash in un animale intelligente (…O quasi).
Ciascuna delle quattro isole presenta una sequela di livelli che va a concludersi con la sfida a un boss, elemento classico dei platform che tornerà anche negli altri episodi della serie. In ogni livello, oltre a nemici e burroni, sono presenti quelle che diventeranno un elemento caratteristico della saga, vale a dire le scatole: presenti in varie tipologie, rompere tutte le scatole del livello comporta l’ottenimento di una gemma argentea, necessaria se si vuole completare il gioco al 100%. Impresa tutt’altro che semplice: se, come dicevamo, il gioco è già abbastanza difficile di per sé, tentare di raccogliere tutte le gemme è un’impresa ancor più ostica, che farà sudare freddo anche i giocatori più navigati, complice anche un sistema di controlli non proprio perfetto.
Il gioco, dunque, non si presenta come particolarmente innovativo e, rispetto agli altri episodi, è forse quello invecchiato peggio, a causa di qualche imperfezione nei controlli e nella telecamera. Certo, le soundtrack del gioco sono storiche, e chiunque abbia giocato al titolo non potrà non ricordare almeno una traccia da fischiettare allegramente tra una partita e l’altra.
I livelli sono vari, per quanto riguarda le ambientazioni: si va da location esotiche a lugubri castelli e laboratori, passando per foreste e chi più ne ha, più ne metta. Sebbene i livelli rimangano meno impressi di quelli dei successori, abbiamo comunque tra le mani un titolo dotato di un buon level design, con livelli che riescono ad essere sempre divertenti, per quanto talvolta proibitivi.Tirando le somme, il primo Crash Bandicoot rappresenta un episodio storico per essere il capostipite di una delle serie più importanti per la console grigia di casa Sony, ma si tratta anche di un titolo acerbo, una crisalide destinata ad evolversi solo negli episodi successivi.

L’evoluzione della specie
Come dicevamo, il gioco riscontrò un buon successo di critica ma, soprattutto, di pubblico. Per questo non tardarono a cominciare i lavori su un secondo episodio, sempre su Playstation.
Crash Bandicoot 2: Cortex Strikes Back, uscito nel 1997, riuscì non solo a consolidare il successo del primo capitolo, ma anzi ad aumentarlo, sia in termini di vendite che in termini di apprezzamento della critica.
Stavolta, il dottor Neo Cortex si presenta negli insoliti panni di paladino della giustizia, chiedendo a Crash di raccogliere i cristalli sparsi per il mondo per salvare la terra. Nonostante i dubbi sulle vere intenzioni del vecchio nemico, Crash parte nell’impresa senza indugi, avventurandosi per oltre 20 livelli di gioco alla ricerca dei fantomatici cristalli.
Dal punto di vista grafico, il gioco è decisamente migliorato rispetto al primo episodio: i modelli di Crash e degli altri personaggi sono più definiti, i livelli più vivi e dettagliati. Vengono anche limate le imperfezioni che affliggevano sistema di controllo e telecamera: controllare Crash non è mai stato così semplice ed intuitivo e il peramele risponde ai nostri comandi senza problemi di sorta. Anche dal punto di vista del gameplay viene ripresa la formula del primo capitolo: Crash dovrà muoversi per i livelli saltando, roteando, rompendo casse ed eliminando nemici.
Grande novità sono i cristalli, elementi che, insieme alle gemme già comparse nel primo capitolo e che qui fanno la loro ricomparsa, diventeranno un simbolo della serie. In ogni livello, infatti, è presente un cristallo, quasi impossibile da mancare, e il cui recupero è necessario per proseguire nella storia del gioco.
Anche qui la varietà delle ambientazioni colpisce ancora: il gioco ci catapulterà in foreste pluviali, su monti innevati, in pericolose fognature, e via così.
I livelli mantengono una qualità molto alta, proprio come il primo capitolo, ma risultano più accessibili dal punto di vista della difficoltà. Con buona pace degli amanti delle sfide estreme, col secondo capitolo i Naughty Dog hanno infatti deciso di abbassare il livello di difficoltà del gioco, rendendolo accessibile a tutti i giocatori, anche i più piccoli. Certo, la difficoltà si alza notevolmente se si cerca di completare il gioco al 100%, proprio come succedeva nel primo capitolo. Trovare tutte le gemme diventa una sfida non solo di abilità nel controllare Crash ma anche di astuzia: non è sempre facile capire dove si nasconde una scatola o una gemma mancante.
Non mancano le boss fight, ancora più divertenti ed evocative di quelle del primo capitolo, rendendo ciascuna sfida memorabile. In definitiva, Crash 2 è un episodio che ha giustamente conquistato il cuore di molti appassionati, rimanendo per molti il migliore capitolo della serie, e a buon ragione: il gioco ancora oggi è altamente godibile, nonostante siano passati quasi venti anni dalla sua uscita. Un titolo imperdibile per tutti gli amanti del platform, che probabilmente sarebbe il Crash più famoso se…

Non c’è due senza tre
Terzo anno dalla nascita di Crash Bandicoot, terzo gioco in arrivo: nel 1998 Crash torna sugli scaffali dei negozi di videogiochi con un titolo tutto nuovo. Crash Bandicoot: Warped vede Crash viaggiare attraverso cinque differenti mondi, ciascuno rappresentante un tipo di epoca e paesaggio, alla ricerca dei beneamati cristalli introdotti nel secondo capitolo.
Il terzo gioco di Crash si presenta come un more of the same dell’episodio precedente: tornano i cristalli, le gemme, tornano anche le mosse di Crash introdotte con il secondo capitolo insieme ad altre totalmente inedite.
Tra le novità ci sono le reliquie, che vengono assegnate quando il giocatore riesce a battere determinati tempi nel completamento di un livello.Una vera e propria modalità time attack, dunque, che spinge il giocatore a migliorarsi per ottenere tutte quelle disponibili in ciascun livello, che sono tre: zaffiro, oro e platino, in ordine crescente di difficoltà.
Altra novità sta nel fatto di poter controllare la sorella di Crash, Coco Bandicoot, che avrà i suoi livelli dedicati nell’avventura, in cui potrà guidare un motoscafo, salire in groppa ad una tigre e pilotare un aereo.
Questo punto ci porta ad un elemento importante di Warped, vale a dire i veicoli. Se in passato, a parte brevi intermezzi, la maggior parte dell’avventura prevedeva di far saltare Crash da una piattaforma all’altra, qui vengono introdotte varie tipologie di veicoli che, ove presenti, cambiano drasticamente il modo di giocare. La presenza massiccia di veicoli è uno degli aspetti che, con il tempo, più è stato criticato al terzo capitolo di Crash.
Per chi scrive la presenza di veicoli non è assolutamente eccessiva, anzi: riesce a spezzare il ritmo in maniera egregia, donando una maggiore varietà ad un titolo che, altrimenti, sarebbe stato forse fin troppo simile al secondo capitolo. Di vero e proprio abuso di veicoli si potrà parlare in Crash: Wrath of Cortex, ma su questo torneremo prossimamente.
Un altro elemento molto criticato del titolo sono i livelli acquatici. Croce e delizia di tutti gli amanti dei platform, i livelli acquatici di Warped non sono decisamente memorabili, complice una gestione della telecamera piuttosto discutibile, che ci costringe spesso ad avventurarci senza vedere i pericoli che si stanno avvicinando (il che può essere particolarmente frustrante quando si cerca di ottenere una reliquia). Fortunatamente si tratta solo di una manciata di livelli, perciò la qualità generale del titolo ne risente in misura limitata.
Crash Bandicoot: Warped è il frutto maturo del peramele di Naughty Dog, che riprendono quanto di buono fatto con Crash 2 e lo ripropongono, limando ulteriormente la loro creatura.
Per alcuni è il miglior titolo della serie, per altri è inferiore al secondo capitolo a causa di una dose eccessiva di veicoli che lo renderebbero “meno platform” rispetto al predecessore: quello che possiamo dire con certezza della terza avventura di Crash è che non verrà certo dimenticata facilmente da chiunque l’abbia potuta giocare, quale che sia il giudizio personale di ciascun giocatore. Gli anni non sembrano passati per questa avventura nel tempo, che merita senza dubbio di essere assaporata da chi, ai tempi, non era presente o non ha avuto occasione di provarla.
Peramele motorizzati
Come avevamo detto all’inizio, Naughty Dog aveva firmato un contratto per tre giochi con Universal, al termine del quale i diritti di Crash sarebbero rimasti a Universal (che, ricordiamo, ha sempre avuto i diritti sulla serie).
Nonostante ciò, i Naughty Dog, prima di occuparsi di Warped, avevano cominciato i lavori su un altro gioco, un titolo di corse arcade con protagonista proprio Crash Bandicoot.
Essendo il gioco in fase di sviluppo piuttosto avanzata, il team decise di continuare lo sviluppo di entrambi i titoli, allargando quindi il loro contratto con Universal per un ultimo capitolo. Crash Team Racing, uscito nel 1999, è il primo spin-off della serie, ed anche uno dei più riusciti (se non il più riuscito) nonostante gli anni passati da allora.
Si tratta di un gioco di corse arcade molto simile a Mario Kart 64: si può scegliere un personaggio tra i molti protagonisti ed antagonisti della serie per correre su percorsi più o meno ispirati alla serie principale.
Il titolo presenta anche una modalità avventura in cui il giocatore può completare numerose sfide all’interno delle piste, oltre che sfidare dei boss in corse mozzafiato. Ovviamente, il titolo dà il meglio di sé in multiplayer, offrendo un divertimento virtualmente infinito fino ad un massimo di quattro giocatori.
In un tempo in cui il multiplayer online era ancora un sogno lontano, lo split-screen di Crash Team Racing era una delle migliori esperienze da salotto disponibile su PS1, riuscendo comunque ad offrire una buona dose di divertimento anche ai corridori più solitari grazie alla modalità avventura. Non si tratta forse di un titolo imperdibile come il secondo ed il terzo capitolo della serie principale, ma nonostante questo, Crash Team Racing merita di essere recuperato dai fan della saga e da chi cerca un’esperienza multigiocatore semplice ed immediata. 



Crash Party
Finito il contratto con Naughty Dog, durato anche più di quanto previsto, Universal decise di affidare lo sviluppo di un ulteriore spin-off ad Eurocom Entertainement Software, compagnia che negli anni 2000 sarà responsabile di molti prodotti su licenza e che ha chiuso i battenti nel 2012.
Crash Bash, uscito su PS1 nel 2000, mantenendo la cadenza annuale del peramele sugli scaffali, porta un altro allontanamento dalla serie principale, stavolta in direzione dei party game. A differenza di Mario Party, dove si alternano un gioco dell’oca rivisitato e minigiochi, in Crash Bash abbiamo solamente questi ultimi a farla da padrone.
Il gioco presenta una modalità avventura, affrontabile anche in cooperativa con un altro giocatore, dove il protagonista (selezionabile tra una rosa di personaggi della serie provenienti dai ranghi dei buoni e dei cattivi) deve superare dei minigiochi per poter accedere al boss di fine area e poi alla zona successiva fino ad arrivare allo scontro finale.
I minigiochi presentano anche ulteriori sfide, sempre più difficili: se per ottenere i trofei e quindi procedere nel gioco basta vincere per tre volte, per ottenere cristalli, gemme e reliquie (necessari per completare il gioco al 100% e per sbloccare tutti i minigiochi) è necessario riuscire in sfide ben più impegnative, che solitamente prevedono vittorie partendo da condizioni di svantaggio.
Ovviamente è presente anche una modalità libera, dove si possono rigiocare tutti i giochi già sbloccati con un massimo di tre amici: ed è qui che il titolo dà il suo meglio, proprio come in quello di racing.
I minigiochi sono di vario tipo e sarebbe troppo lungo descrivere ciascuno di essi: basti dire che si tratta perlopiù di livelli davvero divertenti e ben congegnati, ideali per sfide brevi ma intense tra amici, sebbene non tutti siano allo stesso livello.
Come Crash Team Racing, ed anche più di esso, Crash Bash non è un titolo imperdibile, non è ha fatto la storia, ma rimane comunque una parentesi molto divertente nella vita del nostro peramele preferito. Una conclusione forse sottotono dell’era PS1 di Crash Bandicoot, ma comunque un buon titolo.


La fine di un’epoca
Con il finire dell’era PS1 si chiude un’epoca per Crash: non solo la fine di quella Naughty Dog (che era già finita prima di Crash Bash), ma anche la fine dell’esclusività Sony. Quando Crash sarebbe tornato l’anno successivo lo avrebbe fatto con un nuovo sviluppatore e su nuove piattaforme. Di questo, però, ne parleremo in un altro momento.
Quello che resta da fare è consigliare - a chiunque ne abbia la possibilità e non l’abbia già fatto - di recuperare i titoli di cui abbiamo parlato: per chi possiede una PS3 è possibile acquistare i titoli ad un prezzo irrisorio dallo store online del Playstation Network, portandosi a casa (per quanto virtualmente) veri e propri pezzi di storia videoludica. Nonostante il futuro arrivo di versioni rinnovate su PS4, gli originali non perderanno mai il loro valore storico. Che siate in cerca di avventure platform da ricordare negli anni a venire o sfide multigiocatore per occupare le serate con amici, qui troverete ciò che fa al caso vostro.

Abbiamo gettato uno sguardo rapido sulla prima fase della vita di Crash Bandicoot, quella che molti fan (per non dire tutti i fan) considerano la più cara, quella che tutti i ragazzi cresciuti tra gli anni ’90 ed i primi anni 2000 ricordano con nostalgia.
Che queste righe siano state per voi un’occasione di riportare alla mente cari ricordi o di scoprire un pezzo di storia che vi siete persi, poco cambia: quello che conta è parlare dei miti che ci hanno accompagnato, affinché il loro ricordo non muoia e continui a vivere tra noi, contagiando anche chi non era lì per viverli in prima persona. In attesa, forse, del loro ritorno.

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