Recensione di RymdResa

Copertina Videogioco
  • Piattaforme:

     iPhone, PC
  • Genere:

     Azione
  • Sviluppatore:

     Morgondag
  • Lingua:

     Inglese
  • Giocatori:

     1
  • Data uscita:

     20 agosto 2015
- Il primo e il terzo capitolo costituiscono una bella sfida
- Il sistema di progressione delle navicelle e del personaggio è positivo
- Problemi di ritmo e bassa difficoltà nella seconda parte di gioco
- Le differenze di gameplay tra i tre capitoli non sono sempre incisive
A cura di (Mastelli Speed) del
Si fa presto a pensare allo spazio come a una silenziosa distesa scura di pianeti e corpi celesti, ma è anche vero che la fantasia di molti fa ancora più presto a inserire all’interno di tutto ciò battaglie a colpi di spade laser e personaggi epici.
Il titolo di cui ci accingiamo a parlare, RymdResa, sceglie chiaramente di rappresentare lo spazio in maniera più calma e rilassata, applicando al tutto alcuni elementi della tipologia di videogiochi che si più addice a un’esperienza tranquilla e distesa, ovvero quella dei roguelike. Qualcosa non vi torna? Continuate a leggere.



Contro il logorio dell’astronauta moderno
Secondo gli sviluppatori del titolo, ovvero i ragazzi svedesi di Morgondag, RymdResa è una “poetica odissea spaziale” ambientata in un mondo creato in maniera procedurale. Se i termini “spazio” e “procedurale” vi hanno fatto venire subito alla mente No Man’s Sky, è bene sottolineare come le analogie col titolo oggetto di questa recensione inizino e finiscano pressappoco qui. In RymdResa, infatti, i giocatori devono sì esplorare lo spazio al comando della propria navicella, ma il tutto si svolge in un ambiente bidimensionale, e soprattutto con un gameplay che varia (vedremo poi in che modo) a seconda di quale dei tre capitoli della storia si sta giocando.
A livello narrativo, poi, l’aspetto su cui RymdResa si concentra maggiormente è il punto di vista dell’esploratore spaziale che stiamo controllando; in tutti e tre i capitoli proposti il protagonista avrà una missione differente da compiere, ma in ogni caso sarà sempre solo con i suoi pensieri all’interno della sua navicella, con l’immensità dello spazio a fargli da compagnia. Il titolo cerca di farci capire quale possa essere lo stato d’animo del protagonista grazie soprattutto allo scorrere del tempo: un anno, in RymdResa, corrisponde a qualche minuto, e all’inizio di ogni nuova serie di 365 giorni il nostro esploratore si produrrà in considerazioni riguardanti il suo passato, la sua vita. Si tratta di frammenti spesso poco chiari da decifrare, che però restituiranno nel complesso un quadro abbastanza completo della storia del nostro provetto rocket man. Ogni capitolo, poi, presenta brevi cutscene iniziali e finali, che però risultano essere ancora più criptiche dei diari di bordo citati in precedenza non tanto per cause stilistiche, ma per motivi ben più pratici. Essendo il doppiaggio disturbato da effetti audio che dovrebbero aumentare l’immersività, ed essendo queste sequenze sprovviste di qualsiasi sottotitolo (anche in inglese), si capisce come queste piccole cutscene che in teoria sarebbero rivelatrici si trasformano invece in un esercizio di comprensione e ascolto.



Tre capitoli, tre gameplay diversi. Forse
L’attività principale del titolo è dunque pilotare la nostra navicella nello spazio profondo, cercando di raggiungere gli obiettivi richiesti ed evitando gli ostacoli che cercheranno di impedircelo. Diciamo subito che il parametro più importante da tenere d’occhio, soprattutto durante le prime fasi e con la navicella più “scarsa”, sarà costituito da quelle che il gioco chiama “risorse”. Questo elemento è assimilabile alla “benzina” della navicella, e si consuma man mano che si avanza nello spazio. Va da sé che se nel momento in cui le risorse finiranno la navicella verrà distrutta, e il gioco finirà. Un altro elemento di cui tener conto è rappresentato dai punti esperienza che ci permetteranno di migliorare il nostro protagonista in vari parametri come, ad esempio, la capacità di ottenere più risorse o oggetti rari,  e l’abilità di individuare velocemente gli obiettivi da raggiungere. I punti esperienza sono accumulabili in maniera automatica allo scoccare di ogni anno, e anche dopo determinate azioni specifiche (la scoperta di un nuovo corpo celeste, la raccolta di elementi e materiali).
Questo discorso ci permette anche di parlare di un altro elemento comune a tutte le modalità di gioco di RymdResa, ovvero la gestione della propria navicella. Durante i primi tentativi il giocatore sarà per forza di cosa costretto a giocare con la prima disponibile, che può sopportare un piccolo carico di risorse, non dispone di particolari difese, ma è pur sempre gratuita. Andando avanti, grazie anche agli space points (ovvero la valuta del gioco), sarà possibile acquistare una delle altre sette navicelle disponibili, che ovviamente offrono prestazioni differenti in termini di velocità, accelerazione e capacità di raccolta di materiali. Da buon roguelike, però, RymdResa non fa sconti: una volta acquistata, infatti, la navicella sarà utilizzabile solo fino a quando si morirà. Se si fa una brutta fine, in altre parole, si dovrà eventualmente ricompare la navicella desiderata (oppure rischiare di lanciarsi con quella gratuita).
Nel corso delle esplorazioni spaziali, poi, si verrà a contatto con oggetti che possono potenziare le proprie navicelle: c’è da dire che molti elementi saranno utilizzabili solo da una tipologia di mezzo, ma se non altro il proprio inventario conserverà gli oggetti raccolti (quali scudi, motori più performanti e così via) anche quando si fallisce la propria missione.
Questi, grossomodo, sono gli elementi comuni ai tre capitoli di gioco proposti dal titolo: come detto in precedenza, però, RymdResa si vanta di poter offrire tre gameplay differenti, a seconda dell’atto giocato. Nello specifico, nel primo capitolo la navicella dovrà navigare nello spazio alla ricerca di nove obiettivi da raggiungere (ci manteniamo sul vago per non svelare particolari della narrativa), guidati da un utile segnalino che ci dirà da che parte andare. Nel secondo atto, invece, la navicella dovrà raccogliere quelli che vengono chiamati “materiali”: ciò può essere fatto avvicinandosi ai vari corpi celesti, oppure raccogliendo gli elementi predisposti sparsi nello spazio (ovvero dei piccoli quadratini di colore verde). Il giocatore dovrà ripetere l’operazione numerose volte, fino a raggiungere nove diversi obiettivi quantitativi. Va detto che in questo secondo atto, però, il segnalino di cui parlavamo in precedenza non individuerà la aree piene di materiali da raccogliere, ma solo il pianeta base verso il quale dovremo tornare per rifornirci di risorse. Questo significa che dovremo vagare sperando di trovare i materiali il prima possibile: se si considera che il tutto è creato in maniera procedurale, e dunque l’universo di gioco cambia di volta in volta, si può comprendere come potrà passare anche molto tempo prima di trovare gli elementi richiesti dal gioco. Tutto ciò potrebbe causare una certa frustrazione, per non dire noia, anche perché il carattere poetico di cui parlano gli sviluppatori è sì presente, ma in questo secondo capitolo si trasforma in una serie di azioni ripetitive e tutto sommato poco ispirate. Le minacce da evitare (soprattutto asteroidi e altri detriti spaziali), saranno poche e controllabili, e difatti la possibile contemplazione del mondo di gioco viene inficiata proprio da questo ritmo lento e fin troppo tranquillo.
Le cose cambiano nel terzo e ultimo atto, che mette insieme le due modalità precedenti: in buona sostanza, infatti, si dovranno ancora raccogliere materiali ma, questa volta, avremo il supporto del fedele segnalino che ci indicherà dove andare. Se questo può sembrare un controsenso, è giusto dire che in questa terza modalità di gioco il titolo si farà veramente tosto: la scena sarà adesso piena di minacce non solo statiche, come ad esempio asteroidi e rocce appuntite, ma anche mobili come navicelle nemiche, pronte a sparare a vista se si entra nel loro campo visivo.



Inerzia spaziale
Riuscire a pilotare con abilità sarà questione essenziale: l’elemento di cui bisogna tener conto, in questo senso, è l’inerzia con cui si muove la navicella nello spazio. Dopo aver dato una bella accelerata, infatti, la piccola navicella stilizzata continuerà lentamente la sua camminata spaziale senza però consumare preziose risorse. Quello che conta, allora, è riuscire a capire quando sfruttare la potenza dei nostri motori, e riuscire a essere pronti nei costosissimi (in termini di risorse) cambi di direzione, che si rivelano vitali nel momento in cui si fronteggiano asteroidi e minacce varie (con la prima navicella, ad esempio, bastano un paio di urti per finire a gambe all’aria e dover ricominciare il capitolo dall'inizio). Tutto ciò ci spinge a dire che la periferica migliore per giocare a RymdResa è un buon pad, che sembra offrire una reattività maggiore rispetto alla tastiera che, comunque, è supportata degnamente.
Poco da dire, infine, sul comparto tecnico: dal punto di vista grafico, il titolo propone un consueto stile in simil 8 bit, con delle brevi cutscene che ricordano i giochi fruibili con monitor a tubo catodico a 256 colori. Nell’ambiente scuro dello spazio, che di tanto in tanto cambia tinta a seconda della zona che si visiterà, spiccheranno allora il bianco della navicella, volutamente stilizzata e sempre distinguibile, e gli altri corpi celesti, sempre però più scuri e volutamente in posizione secondaria.
Concludiamo con un positivo comparto audio, che offre musiche decisamente adatte al carattere poetico e  contemplativo del gioco, e un doppiaggio in inglese che propone una resa al limite tra il robotico e l’umano: una commistione, questa, che forse aiuta a comprendere la solitudine del personaggio principale.
Recensione Videogioco RYMDRESA scritta da MASTELLI SPEED Rymd Resa è, per certi versi, un gioco ambizioso: vuole proporre un’esperienza esplorativa dai ritmi molto lenti e compassati, lasciando spesso che siano le impressioni del protagonista a farla da padrone. In tutto questo, poi, vengono inseriti elementi da gioco di ruolo come la progressione delle abilità del personaggio, e gli elementi che provvedono a potenziare la propria navicella.
Non ci ha convinto del tutto, però, la gestione del ritmo e della difficoltà, e questa è una conseguenza diretta dell’aver voluto proporre tre atti di gioco con altrettanti gameplay peraltro non così poi differenti tra loro.
Il primo e il terzo capitolo, difatti, propongono una sfida abbastanza impegnativa, mentre la seconda sequenza si segnala per una lunghezza e una mancanza di difficoltà che può sfociare nella noia. In ogni caso, se la prospettiva di vagabondare con una navicella spaziale vi stuzzica, il titolo Morgondag potrebbe fare al caso vostro.
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