Rubrica Mad Max: Fury Road

A cura di (gocciadiruggine85) del
Un film di: George Miller
Sceneggiatura: George Miller, Brendan McCarthy, Nick Lathouris  
Cast: Tom Hardy, Charlize Theron, Zoë Kravitz, Nicholas Hoult, Danielle Riley Keough, Rosie Huntington-Whiteley, Nathan Jones, Megan Gale, Hugh Keays-Byrne, Josh Helman  
Genere:Azione, Fantascienza, Avventura - Australia (2015) Durata: 120 min. 
Produzione: Icon Productions, Kennedy Miller Productions Distribuzione: Warner Bros.
Valutazione:  

 



In un futuro post-apocalittico, due ribelli in fuga, Max e Furiosa, sono gli unici (ant)eroi in grado di ristabilire l'ordine, salvando il mondo dalle perfide e avide grinfie di Immortan Joe.

Trent’anni, tre decadi, sei lustri. Un’eternità per chi ha atteso con ansia il ritorno di Max Rockatansky, ma anche una pausa necessaria per chi aveva intenzione di lasciarsi alle spalle il più che dimenticabile Mad Max: Oltre la sfera del tuono (1985), l’ultimo (triste) capitolo della mitica trilogia della follia firmata George Miller, che forse non ha reso onore al suo protagonista tanto quanto gli straordinari primi due film. La posta in gioco era alta, l’adrenalina alle stelle; ma ciò che Mad Max: Fury Road riesce a regalare nelle sue oltre due ore di film ha l’effetto di un fiume in piena, in cui lo spettatore non può fare altro che lasciarsi travolgere da quest’onda anomala di perfezione registica, in cui ogni singola inquadratura è studiata e pensata con la precisione da carta millimetrata, e dove a fare da padrona – accanto al ritmo orgasmico con cui il montaggio viene punteggiato – è la spettacolare varietà di temi che la pellicola porta con sé.

Se è vero, infatti, che la nuova opera di Miller catalizza su di sé l’attenzione dal primo all’ultimo fotogramma grazie ad una struttura visiva e ad una spettacolarità senza precedenti (”Ammiratemi”, ”Ammiratelo”, ci suggerisce strafottente lo stesso Miller), il substrato profondo di Fury Road risiede nel suo prepotente apparato tematico, che – proprio come era avvenuto nel 1979 con il primo film della serie, Interceptor - si rivela strettamente legato a riflessioni profondamente contemporanee. Travestito da road movie - con gli annessi e connessi che ne derivano dalla categorizzazione, a partire dall’essere allegoria di un viaggio interiore che i due protagonisti, Max e Furiosa, compiono in cerca di redenzione e per sfuggire dai fantasmi dei rispettivi passati – e da un turbinio di esplosioni e trovate squisitamente trash (ancora non dormiamo la notte pensando al chitarrista!) Fury Road fa della riflessione sulla scarsità delle risorse e dell’acqua il vero grande motore narrativo che sottende l’intera opera.



In un’operazione analoga a quanto fatto a suo tempo con Interceptor - uscito (non a caso) a ridosso della devastante crisi petrolifera iniziata nel 1973 e culminata con la rivoluzione iraniana del 1979 - in cui la tematica della scarsità delle risorse energetiche (il petrolio) era il fulcro attorno cui ruotava la pellicola, Fury Road racconta di un mondo post-apocalittico devastato dalla siccità e dalla necessità di sopravvivere giorno dopo giorno, dove l’acqua è un bene talmente prezioso da essere scambiato con il petrolio, e dove la mancanza di beni di prima necessità trasformano gli esseri umani in belve senza-dio. Una riflessione, quest’ultima, che ben si sposa con l’attualità che stiamo vivendo: 2015, anno di Expo e anno di un’importante riflessione sulla necessità di nutrire il Pianeta e di imparare a salvaguardare le (poche) risorse rimaste che Madre Natura continua imperterrita a donare all’uomo.

E non è casuale, inoltre, il riferimento a Madre Natura: Mad Max: Fury Road, infatti, è una pellicola profondamente femminile, dove le donne – da merce di scambio a “vacche da latte”, passando per la grintosa Furiosa e per le Molte Madri (vere e proprie Valchirie del deserto) – rappresentano un altro importante elemento tematico all’interno del film. I ritratti che Miller offre della donna sono molteplici: madre, donatrice di vita, portatrice di semi, leonessa furiosa (!) costantemente in agguato, guerriera. Tutti volti perfettamente coerenti e assolutamente funzionali all’interno dell’opera, che metaforicamente rimandano tutti a quella Grande Madre (Natura) che tenta di resistere alla furia avida e devastante delle macchine da guerra, di uomini (in senso lato) ingrati e incapaci di saper gestire la ricchezza di risorse che ha loro donato.

Ma come si pone Max Rockatansky – il protagonista che dà nome all’opera e alla prima trilogia – all’interno di questo vorticoso e intrigato complesso tematico? Se è vero che Max – anima silenziosa e solitaria – si inserisce di soppiatto all’interno del film – come quegli stessi fantasmi che si sono insidiati nella sua mente e che non lo abbandonano mai, portandolo alla follia – e sembra quasi sparire, il motivo della sua apparente latitanza è data dal fatto che in realtà Furiosa è il doppio di Max. Se all’inizio i due protagonisti viaggiano su binari paralleli, l’uno sospettoso dell’altra, il lungo cammino verso le Terre Verdi porta i due eroi lentamente a convergere (forse perché spinti dallo stesso desiderio di redenzione), fino ad una sequenza fortemente emblematica, che ne suggella di fatto la tangenza. Max dona il suo sangue a Furiosa, fa scorrere nelle sue vene la sua energia (e anche un po’ della sua follia), ed è così, di fatto, che Max trasferisce se stesso nella donna-guerriera.



Come in una frenetica corsa in rollercoaster, la nuova opera di George Miller galvanizza, esalta, sconvolge, trascina lo spettatore per i piedi e lo getta in pasto ad un eccezionale e pirotecnico esercizio di stile, che combina tutta la meraviglia del puro cinema action – sconfinante in un legittimissimo trash, con alcune trovate deliziosamente folli – ad una riflessione decisamente più profonda, legata a tematiche di grande intensità. Mad Max: Fury Road è quel film che stavamo attendendo a braccia aperte e che riporta in vita l’anti-eroe per eccellenza del cinema di fine anni Settanta, rinvigorito da una nuova linfa vitale.
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