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Occhio Critico

Occhio Critico

Sconti sì - sconti no

Rubrica
A cura di Gianluca “DottorKillex” Arena del 14/04/2014
Fino a qualche anno fa, la parola “saldi” era utilizzata un paio di volte all'anno, a simboleggiare dati periodi in cui una serie di beni commerciali veniva venduta ad un prezzo ribassato, dal dieci fino anche al settanta per cento, permettendo, nel contempo, un guadagno sicuro per i commercianti e occasioni irripetibili per i consumatori.
Poi fu Steam. Non che la piattaforma Valve sia stata la prima, eppure il peso, la metodicità e la bontà degli sconti sul suo catalogo crebbero di mese in mese, scatenando isterie di massa e mettendo a dura prova i server dello store digitale.
Da più parti, però, ci si è posti interrogativi riguardo all'opportunità di certe iniziative, e a se gli sconti digitali facciano bene all'industria o solo alle tasche dei videogiocatori.
Oggi l'Occhio Critico si sofferma proprio sulla ragion d'essere di questi dubbi.



Svalutare ciò che è sopravvalutato
La tesi che cercherò di smontare è quella che sostiene che degli sconti eccessivi, effettuati spesso a pochi mesi di distanza dall'uscita del gioco, hanno come effetto collaterale quello di svalutare il gioco stesso, danneggiando, quindi, l'industria videoludica.
In termini più ampi, insomma, il deprezzamento di un gioco a qualche settimana dalla data di uscita influirebbe negativamente sul valore percepito dagli utenti, riducendo, nel contempo, la cifra che i videogiocatori sono disposti a spendere per un titolo al lancio.
A livello meramente logico, mi viene difficile muovere un appunto a questo ragionamento: con qualsiasi altro bene di consumo, infatti, non farebbe una piega, e il fatto che moltissime persone, anche quando non pressate da esigenze economiche particolarmente stringenti, scelgano di aspettare i saldi per acquistare ciò di cui hanno bisogno (da un paio di pantaloni all'elettrodomestico nuovo) ne è la lampante dimostrazione.
Va anche detto che c'è una corrente di pensiero, a cui in parte appartengo, che sostiene che il prezzo dei videogiochi al day one (che la generazione entrante sembra aver portato a 70 euro) sia esagerato, ma questo discorso è solo tangente a quello che stiamo affrontando, e quindi mi tocca riporlo nel cassetto, almeno per il momento. (Mi sa che ho spoilerato un futuro argomento per la rubrica...NDA).
Ma, si sa, il videogiocatore è un animale strano, curioso, oserei dire bizzarro, e come tale il più delle volte sfugge alle logiche che così comodamente aderiscono alle altre categorie, dalla casalinga al fashion addicted: gli unici con cui condividiamo qualcosa sono probabilmente i “cugini” amanti della tecnologia, e adesso analizzeremo il perché.



Se è a sconto, lo provo
Il successo mondiale che i saldi digitali hanno riscosso, soprattutto negli ultimi 3-4 anni, è davanti agli occhi di tutti, e insegna due cose fondamentali sulla figura del videogiocatore odierno: una è che è ingordo, terribilmente ingordo, e, quasi come gli zombie di romeriana memoria, continua compulsivamente ad acquistare videogiochi che, verosimilmente, non avrà mai il tempo di giocare.
Non in questa vita, almeno.
Un'altra, forse ancora più rilevante ai fini della nostra piccola analisi, è che non è detto che il fondamentalista degli FPS non dia una possibilità a Football Manager, se questo gli costa appena otto euro, tanto quanto non è scritto da nessuna parte che l'appassionato di JRPG non possa volersi titillare per un intero weekend con i COGS, se l'esperimento grava sulle sue finanze per soli nove euro e novantanove.
Insomma, il concetto è chiaro, e, come spesso faccio quando mi dedico a questa rubrica, parlo in primissima persona: nonostante il lavoro mi abbia portato, negli anni, a cimentarmi con tutti i generi esistenti, imparando ad apprezzare i lati positivi in ognuno di questi, ho, come tutti, i miei gusti, e mi lascio guidare da questi in sede di acquisto (non di recensione, posate i forconi).
Cionondimeno, se mi viene proposto un titolo che ho lasciato indietro, magari perché appartenente ad un genere che non prediligo, un prezzo particolarmente favorevole mi induce, nell'ottanta per cento dei casi, a dargli una possibilità, rinfrancato dal fatto che, qualora l'esperienza non dovesse rivelarsi quella che speravo, ci avrei comunque rimesso il costo di una pizza particolarmente farcita.
Questo difficilmente succede, per rimanere agli esempi precedenti, ad un fashion addicted, che non indosserà un paio di sandali nemmeno se glieli regalate, o ad una casalinga, che fa della classe energetica dell'elettrodomestico, della linea e delle dimensioni dei criteri insindacabili (come d'altronde è anche giusto che sia): ecco perché il videogiocatore è un ornitorinco, difficile da catalogare e estremamente cedevole quando si parla di offerte lampo e bundle fantasmagorici.
Questi sono i motivi per cui l'industria non solo continua a proporre saldi a ogni piè sospinto, ma anzi sembra fermamente intenzionata ad espandersi in questa direzione: sebbene Nintendo e, in misura minore, Microsoft abbiano ancora il freno a mano tirato, Sony sta spingendo forte sui saldi, facendo del suo store digitale la cosa più vicina che ci sia a Steam in ambito console.



Everybody wins
Quella che si sta venendo a creare, a mio parere, è una situazione cosiddetta win-win: le case produttrici stanno traendo innegabile giovamento dalla “moda” dei saldi, che permette loro di ricavare guadagni da titoli spesso fuori catalogo, difficilmente reperibili o incompresi al momento dell'uscita e poi rivalutati con il tempo.
Ci guadagnano piattaforme digitali dietro alle quali ci sono menti brillanti, da Steam a GOG, passando per Humble Bundle, che stanno diffondendo cultura videoludica alle nuove generazioni coccolando al contempo i vecchi videogiocatori: il loro successo sta facendo da traino anche per la scena console, con tutti i benefici che ne conseguono.
Ultimi, ma ovviamente non ultimi, noi videogiocatori stiamo assistendo ad un'evoluzione degli store digitali che unisce convenienza e pluralità, dandoci la possibilità di provare titoli che altrimenti ci saremmo persi, scoprendoci magari insospettabili amanti di un genere fino a quel momento semisconosciuto.
Alla fine della fiera, quindi, le ludoteche di moltissimi di noi si sono ampliate a dismisura negli ultimi anni, a discapito delle carte di credito, eppure i titoli di qualità non hanno visto un decremento sostanziale dei preordini, né delle vendite registrate durante le primissime settimane di vendita: anche questo è tipico del videogiocatore, che pur saccheggiando gli store digitali in cerca di promozioni, e sapendo che il suo gioco preferito andrà in saldo entro poche settimane, non esita a regalarsi edizioni da collezione al giorno del lancio.

Applicare a quello strano animale che è il videogiocatore le strategie di marketing che si rivelano efficaci con tutte le altre categorie può rivelarsi un esercizio del tutto inutile.
Videogiocare è una passione molto più che un bisogno, e, come tutte le passioni, tocca le corde del cuore molto più di quanto non tocchi quelle del cervello: se sono il primo a considerare il videogioco come una forma d'arte, sono anche il primo a non essere preoccupato dalla possibilità che campagne promozionali troppo frequenti o aggressive ne alterino la percezione del valore, per i motivi che abbiamo snocciolato. Adesso, se permettete, provo a sfoltire il mio terrificante backlog (comprato quasi interamente in saldo, ovviamente).

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