Rubrica Vite in Gioco

A cura di (Phoenix) del
Eccoci ad un altro appuntamento con la nostra rubrica Vite in Gioco. Il personaggio scelto per la riflessione di questa settimana è, per la prima volta, un personaggio femminile. Tale personaggio non è sicuramente definibile come un vero e proprio protagonista, eppure è altresì vero che è decisamente impossibile da definire come una semplice ed effimera “comparsa”. L'oggetto dell'articolo è Flemeth, la strega delle selve, uno dei personaggi più riusciti dei giochi di ruolo targati Bioware, Dragon Age e Dragon Age 2. Flemeth è una figura che potremmo tranquillamente definire “mitica”; l’alone di mistero che avvolge le sue parole e le sue azioni colpisce il videogiocatore immerso all’interno del mondo stupendo creato dalla software house. Possiamo infatti affermare con certezza che le vicende di Dragon Age e Dragon Age 2 comincino, entrambe, da Flemeth; questo personaggio estremamente carismatico, le cui intenzioni non sono mai del tutto chiare, sembra essere spinta nelle vicende che coinvolgeranno il videogiocatore, da una disinteressata e ambigua curiosità. L’apparente cinismo di Flemeth concede, al videogiocatore attento, numerosi spunti di riflessione, soprattutto nella sua seconda incarnazione, quella di Dragon Age 2.



Uno Sguardo nel Buio
Non è un compito semplice definire la filosofia e il significato che si celano dietro la figura leggendaria di Flemeth. Ella rappresenta, nel suo paradossale mistero, il solo e unico punto di vista oggettivo. Flemeth è una sorta di ordine nel caos; sembra, infatti, essere l’unica persona a sfuggire in modo consapevole al destino e alla casualità. Le sue parole racchiudono una saggezza che le deriva da questa sua consapevolezza, una consapevolezza che l’ha condotta ad una verità al di là dell’ipocrisia, ad una certezza al di là dell’umanità:
“Crediamo a ciò che vogliamo credere. Questo è ciò che tutti facciamo.”
Completamente slegata dal ciclo degli eventi, la figura di Flemeth spaventa e atterrisce; ella rappresenta l’ignoto, l’incomprensibile, ed è proprio questo che genera paura, che crea mistero, che turba gli animi di coloro che vivono nella certezza che le sole cose reali siano quelle direttamente osservabili. Come Boo Radley, personaggio misterioso e metaforico de “Il Buio Oltre la Siepe” favoloso e celebre romanzo di Harper Lee, Flemeth è temuta per via delle storie che si narrano su di lei. Non si teme il buio, ma ciò che esso può nascondere; e Flemeth è una figura che da sempre si aggira in quel buio, sempre celata nell'oscurità al di là della siepe.

“Io so chi è. È la strega delle selve, una strega che rapisce bambini” (Aveline)
“Bah…come se non avessi niente di meglio da fare” (Flemeth)

Il suo sarcasmo e il suo tagliente umorismo non devono farci pensare che Flemeth sia una figura frivola e semplice. Al contrario, le sue parole, come ho già detto, nascondono la saggezza dell’oggettività. Nei brevi dialoghi che la Strega delle Selve intrattiene con il videogiocatore, quest’ultimo avrà il costante sentore che le sue parole abbiano un criptico significato nascosto, e che, nel tempo, questo significato si paleserà davanti agli occhi di tutti.



Nel Vortice del Caos
In questo senso anche il valore morale delle sue parole e delle sue azioni sembra trascendere la piena comprensione del videogiocatore. Una figura sfuggente, quella di Flemeth, anche dal punto di vista etico. Le intenzioni di chi può osservare gli eventi dall’alto di un punto di vista oggettivo, non possono essere compresi da chi, invece, vive e combatte nel caos del fluire degli eventi, e forse è proprio per tale motivo che neppure Flemeth, in alcune occasioni, è in grado di distinguere il fato dal caso.
Per quanto si sforzi, il videogiocatore rimane legato a quel caos in cui viene letteralmente e magistralmente gettato dagli sviluppatori del titolo; egli, pertanto, non potrà mai condividere il punto di vista oggettivo e apparentemente onnisciente di Flemeth, che resta quindi una figura estremamente affascinante pur nella suo essere irrimediabilmente misteriosa, ignota, opaca e temibile. Se volessimo usare una celebre espressione del sempre pungente Nietzsche, potremmo definire Flemeth come una figura “al di là del bene e del male”.
In questo modo la Strega delle Selve ci spinge ad una considerazione profonda su una tematica molto importante in ambito etico e morale: il pregiudizio. In effetti, Flemeth sembra assolutamente priva di pregiudizi o, per lo meno, pienamente consapevole dei pregiudizi che stanno muovendo la storia del Ferelden. Al videogiocatore, allora, non serve molto tempo per comprendere l’evidenza per cui è proprio questa sua condizione a far sì che il punto di vista di Flemeth sia un punto di vista oggettivo, perfettamente antitetico a quello di colui che vive nell’ignoranza del pregiudizio secondo cui esiste solo ciò che si conosce. E forse è proprio questo l’insegnamento che si cela all’interno di questa splendida figura, estremamente affascinante e perfettamente disegnata per essere sempre al confine tra il bene e il male, tra giusto e sbagliato, tra causalità e casualità, tra umanità e divinità, tra la verità e l’errore: imparare ad osservare le nostre vite con sguardo quanto più possibile oggettivo, imparare a rendersi conto dei pregiudizi, imparare a percorrere con decisione la strada dinanzi a noi e, soprattutto, imparare a non esitare; non esitare mai a lasciarci alle spalle la sicurezza della condizione di ignoranza in favore di una condizione di conoscenza.



Realtà e Illusione
Al confine, quindi, tra bene e male, ma anche irrimediabilmente al confine fra sogno e realtà; fra il sogno di una conoscenza in tutto e per tutto oggettiva, quasi divina e la realtà della necessità, connaturata all’essere eminentemente umano, di conoscere solo e soltanto a partire dai propri “pre-giudizi”, cercando con il dubbio di tramutarli in fondati “giudizi”.
La saggia e misteriosa figura di Flemeth, nonché l’intera cultura che si agita sullo sfondo di Dragon Age, stimola, il videogiocatore profondo, ad una fatidica domanda: è davvero possibile distinguere in modo così netto il sogno dalla realtà? L’antico filosofo cinese Chuang Tzu sognò una volta di essere una farfalla. Svegliatosi improvvisamente, si chiese:
“Sono un uomo che sogna di essere una farfalla o una farfalla che sogna di essere un uomo?”
Una domanda stupenda, la quale più che spingerci ad una risposta ci spinge ad una riflessione attenta su ciò che chiamiamo illusione. Raggiungere un punto di vista oggettivo è davvero un’illusione?
Recensione Videogioco VITE IN GIOCO scritta da PHOENIX Con queste brevi ma, nella stesso tempo, estremamente profonde domande si chiude l’appuntamento settimanale di questa giovane rubrica. Ormai è divenuta una buona consuetudine quella di chiudere l’articolo con una semplice frase che racchiuda, al meglio, il valore riflessivo del personaggio in oggetto. Pertanto, anche questa settimana, chi scrive porta all’attenzione del lettore una frase del nostro personaggio, Flemeth, che dal profondo della sua unicità e saggezza lascia un monito ai videogiocatori:
“Cammina attentamente. Nessuna via è più buia di quella percorsa ad occhi chiusi.”
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