War Horse

Titolo Originale: War Horse
Un film di Steven Spielberg. Sceneggiatura: Lee Hall, Richard Curtis
Genere: Avventura, Drammatico - Stati Uniti (2011) Durata: 146min.
Produzione: Amblin Entertainment, The Kennedy/Marshall Company, DreamWorks. 
Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures Italia
Data Uscita cinema: 17/02/2012
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Matto come un cavallo
Joey è un puledro scozzese che viene acquistato dall’agricoltore Ted Naracott per arare i campi della sua fattoria e salvarla dalle rapaci mire del padrone che vorrebbe sfrattarli. Addestrato dal testardo figlio Albert, Joey diventa il suo inseparabile amico finché Ted Narcott non decide di venderlo per pagare l’affitto. Joey diventa così un cavallo di fanteria inviato a combattere in Europa nel corso della Prima Guerra Mondiale. Durante il conflitto Joey vivrà incredibili e pericolosissime avventure, mentre il suo amico Albert, arruolatosi nell’esercito, ne è alla costante ricerca…

Salvate il cavallo Joey!
Direttamente dalle pagine di Michael Morpurgo e dal successivo spettacolo teatrale allestito a Broadway, ecco arrivare sui nostri schermi la parabola di amicizia equina tra l’indomabile cavallo Joey e l’ingenuo ragazzino Albert (Jeremy Irvine, alla sua prima esperienza di rilievo su grande schermo). L’ultimo parto di Steven Spielberg, War Horse, ci riporta ai temi classici della guerra (niente a che vedere con i virtuosismi registici di Salvate il soldato Ryan, per intenderci), del conflitto generazionale, dell’amicizia tra “diversi”, conditi con molto melodramma e battendo sentieri che vorrebbero forse essere molto selvaggi, ma non lo sono nemmeno un po’.
La trama, come anticipato, è piuttosto prevedibile. Agli albori della Prima Guerra Mondiale, un ragazzino scozzese di nome Albert incontra un cavallo: Joey, tra i due scocca la scintilla, e quadrupede e umano diventano inseparabili. Purtroppo le vicende familiari e quelle storiche si intrecciano inesorabilmente portandoli alla separazione. Il primo, poiché ancora minorenne, sarà costretto a rimanere a casa a badare alla fattoria e a un padre beone: Ted (Peter Mullan, che nella finzione cinematografica è ammogliato al premio Oscar Emily Watson), il secondo invece verrà inviato sul campo per servire il paese come cavallo di fanteria. Inutile aggiungere che Joey vivrà tutto un succedersi di avventure, cambiando di volta in volta padrone, dagli scozzesi ai “crucchi”, passando per le incantevoli mani di una deliziosa bambina francese che lo porteranno a scrutare il vero volto della guerra. Una messa in scena classica e una colonna sonora di John Williams che di volta in volta ci suggerisce cosa dovremmo provare ne fanno un film disneyano perfetto, adatto a un pubblico di famiglie che ne apprezzerà il crescendo senza particolari scossoni, fino all’atteso finale che omaggia, guarda un po’, Via col Vento.
La battaglia vista attraverso gli occhi di un cavallo, dicevamo: Joey diventa infatti riflesso dei proprietari di turno, con le loro paure, piccolezze o grandi gesti di eroismo. Quello che però, almeno in Tin Tin , era il vero piacere dell’avventura, qui si perde a favore di una narrazione piatta, il cui unico brio registico emerge durante una folle cavalcata nella no man’s land tra gli eserciti opposti, episodio che diventa occasione per un siparietto macchietti stico con spargimento di buoni sentimenti. Ora, di cosiddetti “buoni sentimenti” è cosparso anche Hugo Cabret, che concorre con War Horse per la statuetta di Miglior Film, ma il paragone non regge. Là dove la fascinazione, il senso del meraviglioso, la magia del cinema la fanno da padroni, qui sono annegati nel mostrare quanto sia dura la vita in trincea.
Decisamente ben lungi dagli inquietanti punti vista de Lo squalo , quest’ultimo lungometraggio di Spielberg non rende onore alla lunga carriera del regista e le sei candidature agli Academy Awards sono decisamente troppe.
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    Numero commenti: 21
  • il pastore
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    Originariamente scritto da VickPS
    Di ritorno dal Cinema.

    Che serata piacevole, devo ammetterlo, davvero molto piacevole.
    A grandi linee mi trovo d'accordo con quanto scritto nelle ultime recensioni postate in questo Thread, davvero un ottimo lavoro, incredibilmente onesto (nessuna sequenza forzata ed inserita esclusivamente per strappare lacrime, anzi), non pesante quanto avrei creduto, molto delicato, e sicuramente nel genere è il film più elegante e di gran lunga quello realizzato meglio (probabilmente uno dei film tecnicamente realizzati meglio di sempre).
    Invero alcune vicende riguardanti personaggi secondari mi sono parse un tantino forzate, ma guardando il tutto nell'insieme direi che hanno lasciato il segno.
    Interpretazioni nella norma, non mi ha stupito nessuno ma neanche deluso, e mi riservo di guardarlo in lingua originale per un commento più sensato.
    Fotografia assolutamente da mozzare il fiato, sono rimasto sbalordito (e prevedo un BD da riferimento), così come mozzano il fiato le sconfinate scenografie, in grado di offrire un impatto non indifferente, e gli splendidi animali del film.
    La mano di Spielberg alla regia è inconfondibile, ogni movimento di cinepresa è un quadro, ogni situazione possiede il giusto livello di realismo e sensibilità; ad essere sinceri temevo che, conoscendolo, avrei assistito a scene eccessivamente violente durante alcune battaglie, e invece assolutamente no, è tutto molto sobrio e quando c'è violenza, poca in ogni caso, è trattata nella maniera migliore, giusta per questa pellicola.

    Non potevano mancare i piccoli tocchi di classe assoluti come in ogni film del regista, come il piano sequenza di corsa nella terra di nessuno che andrebbe inserita immediatamente negli annali del cinema, ed una chicca visiva in particolare che mi ha colpito riguardante le reazioni dei cavalli successive ad uno sparo. Una stupidaggine, un manciata di frame al massimo, ma assolutamente incisiva ed emblematica del talento visivo che solo questo regista è in grado di regalare.

    Serata piacevole per tre motivi:
    - Film splendido e promosso alla grande, anche perchè, dato il tema, fare di meglio e avere di meglio credo fosse francamente impossibile.
    - Eravamo gli unici nell'enorme sala, e la proiezione è stata impeccabile.
    - Quel regista che negli ultimi 40 anni ha regalato emozioni che nessuno era e sarà più in grado di regalare è tornato.


    Guarda son d'accordo sulla sobrietà (ma non poteva essere diversamente,visto il registro).C'è anche della classicità in questa pellicola,ma qualche "spielberata" c'è,ma come potrebbe essere altrimenti;Niente male il finale
    Spoiler:
    fiammeggiante e dimesso..(o no?)
    .Il cavallo come figura retorica,allegoria del coraggio che sprona chi lo possiede.Ancora una volta il fanciullino spielberghiano è venuto a galla Cmq per quanto mi riguarda,lontano dal migliore Spielberg.

    Per quanto riguarda le reazioni dei cavalli agli spari ti rimando al cinema western

    Originariamente scritto da @nton
    Andrò a vederlo, anche perchè Spielberg è uno dei miei registi preferiti, nonchè uno dei migliori di sempre. E la lista non è lunga.

    Dici?,se quella lista corta si riferisce ai migliori me ne vengono in mente un po' prima di lui... (e a me Spielberg piace :sisi
  • @nton
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    Andrò a vederlo, anche perchè Spielberg è uno dei miei registi preferiti, nonchè uno dei migliori di sempre. E la lista non è lunga.
  • VickPS
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    Originariamente scritto da fil0red
    Un film sul più spettacolarizzato dei genocidi girato ad Holywood è una bomba ad orologeria? Avesse parlato di qualche altra minoranza massacrata che nessuno si fila, allora si sarebbe stato una bomba. Ma ripeto, entriamo in discussioni ampie e credo che l'antisemitismo sia in pole position accanto a satanismo e necrofilia tra le motivazioni per ban.
    Il film era una bomba perchè fu girato da Spielberg, un regista all'epoca snobbato dalla critica.
  • fil0red
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    Un film sul più spettacolarizzato dei genocidi girato ad Holywood è una bomba ad orologeria? Avesse parlato di qualche altra minoranza massacrata che nessuno si fila, allora si sarebbe stato una bomba. Ma ripeto, entriamo in discussioni ampie e credo che l'antisemitismo sia in pole position accanto a satanismo e necrofilia tra le motivazioni per ban.
  • VickPS
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    Originariamente scritto da fil0red
    Sullo snobbismo con me caschi molto male Comunque grazie per la risposta, ho capito che era una esagerazione. Sorvoliamo sul "magari Kubrick" e Malick, e per inciso ho piazzato Duel proprio perchè penso che sia uno dei suoi pochi lavori inattaccabili; per il resto ha cannibalizzato la libertà eversiva del genere in discutibili logiche hollywoodiane e giocato su terreni decisamente facili (ad esempio la shoah, ma qua entriamo in un terreno minato :asd. In ogni caso questo lo passo perchè non mi dice niente, ma ho apprezzato Tin Tin
    Ma Spielberg è sempre stato così, non ci sono macchinazioni dietro, è stato un bambino, un regista, a cui piaceva dedicarsi ad un determinato tipo di film e che, però, odiava lo snobismo dei critici verso lavori quali E.T., in grado di sbancare e commuovere ovunque ma non considerati dai critici, che magari versavano fiumi di lacrime nel vederlo ma costretti da regole non scritte a starne alla larga (regola infranta da Peter Jackson con La Compagnia dell'Anello). E' per questo che ha girato gli altri film, per dimostrare che, quando vuole, può fare qualsiasi cosa, e ci riesce. Tema facile la shoah? Ma non scherziamo, è stata una bomba ad orologeria quel film. Noto è anche l'aneddoto che riguarda uno Spielberg piangere ogni giorno durante ogni ripresa durante la lavorazione di quel capolavoro. Non è un tema facile scelto a tavolino, girò quel film perchè voleva trattare il tema a lui più caro. Il "magari Kubrick" non era minimamente atto a sminuire questo Maestro, assolutamente, il "magari" è stato inserito esclusivamente per rendere la frase migliore da leggere, nulla di più. P.S. Io andrei comunque a vederlo War Horse, perchè merita. Almeno tecnicamente vale il prezzo del biglietto, e finchè è nelle sale io non me lo farei scappare. E dimentica il Trailer, che è una *****.
  • fil0red
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    Sullo snobbismo con me caschi molto male Comunque grazie per la risposta, ho capito che era una esagerazione. Sorvoliamo sul "magari Kubrick" e Malick, e per inciso ho piazzato Duel proprio perchè penso che sia uno dei suoi pochi lavori inattaccabili; per il resto ha cannibalizzato la libertà eversiva del genere in discutibili logiche hollywoodiane e giocato su terreni decisamente facili (ad esempio la shoah, ma qua entriamo in un terreno minato :asd.
    In ogni caso questo lo passo perchè non mi dice niente, ma ho apprezzato Tin Tin
  • VickPS
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    Originariamente scritto da fil0red
    Ma quindi il film è di Malick? io pensavo fosse di Spielberg, il tizio di Duel.
    Spoiler:
    Anche al netto di considerazioni personali sul regista, che personalmente ha sfornato qualche bel film, qualcuno carino e tanta roba insopportabile, non ti pare un esternazione esagerata?chiarendo che comunque mi suonerebbe fuori posto accostata a qualunque regista
    Evidentemente non hai idea di cosa suscitarono negli spettatori di tutto il mondo pellicole come Lo Squalo, Incontri, I Predatori, E.T., Schindler's List (bel film? Ma dai, io direi capolavoro assoluto, cosa fortunatamente è riconosciuta anche da qualsiasi detrattore del regista), Jurassic Park (visto al cinema ti uccideva questo), Private Ryan, (lo sbarco, manuale), A.I. (definito uno dei film più commoventi della storia, io direi di concordare perchè non ho mai pianto tanto quando lo vidi, ma come pellicola in se devo ancora inquadrarlo bene) e Munich basta e avanza. Gli altri possono piacere o no, ma in ognuna delle sue pellicole si riconosce una conoscenza tecnica e visiva senza pari. Essere grandi registi ed autori non vuol dire solamente rivolgersi agli eletti creando opere d'arte che stanno li in alto ad ammirare e contemplare se stesse, significa portare sentimenti ed emozioni e condividerle con la gente tramite immagini, e se questo regista è stato in grado negli anni di rivolgersi a più persone rispetto ad altri, è solo un pregio. E' lo snobismo verso questo regista che a me sta sulle palle sinceramente, perchè se film come Salvate il Soldato Ryan, Munich o l'ultimo War Horse fossero stati girati da qualcun altro, magari qualche professore europeo con il naso nel libro, oggi sarebbero considerati pietre miliari. Ma no, è Spielberg, il tizio di E.T. P.S. Duel, per altro, lo reputo un film stupendo, una chicca dell'epoca con una regia strepitosa che ai tempi risultava fresca e innovativa, già in grado di mettere in luce ogni talento del regista. P.P.S: Mi avessi citato Hitchcock, Welles, magari Kubrick ok, ti avrei appoggiato perchè era una voluta esagerazione. Ma Malick... il tizio di New World con 4 pretenziosi film in bacheca ed un'unico capolavoro.
  • fil0red
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    Originariamente scritto da VickPS

    - Quel regista che negli ultimi 40 anni ha regalato emozioni che nessuno era e sarà più in grado di regalare è tornato.


    Ma quindi il film è di Malick? io pensavo fosse di Spielberg, il tizio di Duel.
    Spoiler:
    Anche al netto di considerazioni personali sul regista, che personalmente ha sfornato qualche bel film, qualcuno carino e tanta roba insopportabile, non ti pare un esternazione esagerata?chiarendo che comunque mi suonerebbe fuori posto accostata a qualunque regista
  • Boom Shakalaka!
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    Originariamente scritto da VickPS
    - Quel regista che negli ultimi 40 anni ha regalato emozioni che nessuno era e[U] sarà più in grado di regalare[/U] è tornato.
    Mai dire mai
  • VickPS
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    N° Post: 4273
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    Di ritorno dal Cinema.

    Che serata piacevole, devo ammetterlo, davvero molto piacevole.
    A grandi linee mi trovo d'accordo con quanto scritto nelle ultime recensioni postate in questo Thread, davvero un ottimo lavoro, incredibilmente onesto (nessuna sequenza forzata ed inserita esclusivamente per strappare lacrime, anzi), non pesante quanto avrei creduto, molto delicato, e sicuramente nel genere è il film più elegante e di gran lunga quello realizzato meglio (probabilmente uno dei film tecnicamente realizzati meglio di sempre).
    Invero alcune vicende riguardanti personaggi secondari mi sono parse un tantino forzate, ma guardando il tutto nell'insieme direi che hanno lasciato il segno.
    Interpretazioni nella norma, non mi ha stupito nessuno ma neanche deluso, e mi riservo di guardarlo in lingua originale per un commento più sensato.
    Fotografia assolutamente da mozzare il fiato, sono rimasto sbalordito (e prevedo un BD da riferimento), così come mozzano il fiato le sconfinate scenografie, in grado di offrire un impatto non indifferente, e gli splendidi animali del film.
    La mano di Spielberg alla regia è inconfondibile, ogni movimento di cinepresa è un quadro, ogni situazione possiede il giusto livello di realismo e sensibilità; ad essere sinceri temevo che, conoscendolo, avrei assistito a scene eccessivamente violente durante alcune battaglie, e invece assolutamente no, è tutto molto sobrio e quando c'è violenza, poca in ogni caso, è trattata nella maniera migliore, giusta per questa pellicola.

    Non potevano mancare i piccoli tocchi di classe assoluti come in ogni film del regista, come il piano sequenza di corsa nella terra di nessuno che andrebbe inserita immediatamente negli annali del cinema, ed una chicca visiva in particolare che mi ha colpito riguardante le reazioni dei cavalli successive ad uno sparo. Una stupidaggine, un manciata di frame al massimo, ma assolutamente incisiva ed emblematica del talento visivo che solo questo regista è in grado di regalare.

    Serata piacevole per tre motivi:
    - Film splendido e promosso alla grande, anche perchè, dato il tema, fare di meglio e avere di meglio credo fosse francamente impossibile.
    - Eravamo gli unici nell'enorme sala, e la proiezione è stata impeccabile.
    - Quel regista che negli ultimi 40 anni ha regalato emozioni che nessuno era e sarà più in grado di regalare è tornato.
  • Darton
    Moderatore
    N° Post: 6851
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    Di ritorno adesso dal cinema. che dire? è esattamente come me l'aspettavo, niente di più niente di meno. tecnicamente impeccabile, ma niente di nuovo all'orizzonte. a mio parere esagera un po' col sentimento (non so se sia sensata questa mia affermazione :asd ottima la fotografia, in certi momenti davvero spettacolare
  • Hushabye
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    N° Post: 2045
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    io di Spielberg attendo quello con Day Lewis
  • VickPS
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    N° Post: 4273
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    Originariamente scritto da Vall77
    A mio parere fai dei paragoni un po' azzardati, comunque la gif mi e' piaciuta Famme sape' se il film merita o se e' un tantino paracul-family-consolatorio come sembra
    Sul sembrare "paracul-family-consolatorio" non ho nulla da ridire, tant'è che mi è venuta la nausea durante il Trailer (credo comunque sia colpa di un uso errato delle musiche di Williams). Tuttavia parecchi commenti di persone fidate, ed il recente Tintin mi fanno sinceramente ben sperare. Di una cosa, però, sono certo; domani per due orette circa assisterò ad uno spettacolo tecnico maestoso. Almeno questo, da quando fa coppia fissa con Kaminski, non l'ha mai negato. Edit---- Ecco, le ultime due recensioni non fanno altro che farmi odiare me stesso per non aver accettato di andar a vederlo stasera! "Non ci sarà mai più un regista come Steven Spielberg, come non ce ne sarà mai più uno come John Ford. Non avremo più un regista così tecnico, così competente, così mostruosamente tenace eppure capace di impressionanti slanci di naivitè. Capace di commuoversi per la più banale delle frasi e renderla coinvolgente anche per il pubblico più smaliziato. Non avremo mai più un regista dalla carriera costellata di trionfi capace di rialzarsi (e alla grande!) dopo il più ovvio e comprensibile dei declini." (vedi immagine)
  • Lateralus
    Moderatore
    N° Post: 5202
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    Vi incollo un paio di recensioni dai due siti che leggo di più.
    Spoiler:
    War Horse, o della struttura elementare del racconto. Il mega-narratore e mostratore non cita, incorpora; non ricicla, riattiva; non eccede, accende. Encomio della diserzione e della fuga e non, come Salvate il soldato Ryan, tentativo di dare un senso alla follia della guerra, War Horse appartiene al filone spielberghiano della “terra“: l’uomo, la famiglia, il podere, il recinto, la Storia. Come già in molte delle opere degli anni 2000 dell’autore di Tintin, la tendenza a fare del racconto un archi-testo che inglobi le figure topiche e tipiche dei miti di fondazione, cristallizzate ed epurate, è oramai divenuta una costante, così come quella ad “antonomasizzare“ i topoi del romanzo di formazione – Nascita (Purezza) / Crescita (Ideale) / Rottura (dell’Ideale) / Viaggio (nel mondo) / Scoperta (del mondo) / Miracolo (utopia nel Mondo) / Ritorno (ad un Ideale). Ogni macro-sequenza sta alla situazione narrativa che incorpora come l’antonomasia sta alla categoria di riferimento. War Horse, non privo di difetti e debole nella sua parte centrale, costituisce l’esempio forse più flagrante e patente di questa tendenza, con un sovraccarico di enfasi che deriva dalla sua forma “naturalmente“ e orgogliosamente classica. Una carrellata aerea ci fa planare sulla campagna inglese all’alba. Campo/controcampo senza parole: una giumenta partorisce, il giovane Albert Narracott assiste al parto. Dissolvenza in nero. Il puledro cresce ed incrocia per la prima volta lo sguardo di Albert, senza per questo cedere al suo richiamo. La giumenta lo richiama a sé, è ancora l’idillio familiare. Una dissolvenza in nero chiude il prologo edenico. L’inquadratura seguente si apre su un cancello: fine dell’idillio, separazione. Da questo momento, il racconto coinciderà con la corsa disperata, prima governata poi incontrollabile, di Joey, cavallo chiamato (dall’ uomo. Una cavalcata sul mondo più che nel mondo degli uomini. Quello del cavallo è sempre uno sguardo obliquo, mai frontale; il personaggio-animale è un oggetto-valore cercato che vorrebbe ma non può recuperare il suo essere perduto (la madre). In questo risiede la frustrante e malinconica esperienza “narrativa“ dell’animale, assunto a perno di un racconto picaresco e inevitabilmente frammentario: l’impossibilità di avere un’autentica “resa“ sul reale, di scivolare sopra gli eventi senza poter reagire; di rispondere per l’ennesima volta, dopo aver schivato la morte e avvicinato le due parti del conflitto nella desolata terra di nessuno, al richiamo di Albert, nell’estrema speranza di ritrovare, nel surrogato umano, la madre. Il cavallo diviene così emblema della sopravvivenza del racconto stesso, puro movimento che avanza senza meta, attraverso l’orrore della guerra. Il narratore è come se seguisse un “quasi“ personaggio, senza voce e quasi senza sguardo, cercando progressivamente di antropomorfizzarlo, di trasformarlo in soggetto scopico al fine di poterlo veramente “dirigere”, sottraendolo alla direzione di cavalieri occasionali. Per questo, dapprima figura visibile e invisibile insieme, quasi decentrata rispetto agli umani che se ne appropriano, Joey abdica all’atarassia di una perdita irreparabile e accetta di seguire il consiglio dell’uomo: fuggire, fuggire. Ha così inizio lo splendido pre-finale, una cavalcata sul campo di battaglia che costituisce una delle sequenze più forti e “antologiche“ dell’intera filmografia del regista. Tra due fuochi, l’animale morente può infine assurgere a figura metaforica: la bestia che rivela agli uomini la loro (dis)umanità. Albert, accecato dalla visione del mondo oltre l’hortus conclusus, “sente“ la possibilità del miracolo: la condizione puramente cinematografica di dar forma e corpo ad un “impossibile“. Nell’epilogo, muto come il prologo, il tramonto incornicia cromaticamente e simbolicamente non già, o non solo, il ricongiungimento familiare (Albert, la madre/Penelope, che tesse la tela come il figlio cerca di arare il terreno, e il padre), ma il definitivo distacco, l’accettazione della perdita. Il prevalere di una famiglia su un’altra. Mentre i genitori abbracciano il ritrovato figlio, Joey, da lontano, guarda in tutt’altra direzione, a cercare ciò che non troverà più. Il lieto fine cela il suo contrario, come sempre nel filone “utopistico“ spielberghiano, dai ricongiungimenti che “spengono lo sguardo“ (L’impero del sole) a quelli che sono il simulacro di un simulacro (A.I.). Spielberg utilizza la struttura inevitabilmente episodica per far sì che ogni tappa dell’itinerario picaresco del cavallo, figura non-umana e troppo umana come già E.T. e il mecca David di A.I., si snodi attraverso un solo evento dinamico e consti di una sola scena madre. Il meccanismo, che nella parte centrale potrebbe apparire, e di fatto è, artificioso e un poco faticoso, non occulta la sua natura di “grado zero“ della narrazione: causa-effetto/azione-reazione. A livello di messa in scena, l’autore pare aver estrapolato dal romanzo di Richard Curtis i soli elementi che potessero permettergli di “liberare“ sullo schermo, una volta per tutte, il desiderio più o meno rimosso di una regressione, quasi infantile, al classicismo del “eriodo d’oro“ di Hollywood. Un ritorno che non ha niente di cerebrale e poco di teorico: tutto è nell’immagine e nel racconto. Un’immagine capace di far rivivere i tagli d’inquadratura (piani americani e campi lunghi dominano incontrastati), i movimenti di macchina (dolly alla Via col vento) e i cromatismi di un Ford o di un Fleming (il cielo non era stato così azzurro dai tempi de Il grande sentiero), con innesti frutto della tecnologia di oggi che, invece di stravolgere l’impianto, tendono ad esaudire alcuni “desiderata“ visivi del classico, tecnicamente irrealizzabili negli anni trenta-cinquanta. Il lavoro del direttore della fotografia Janusz Kaminski è prodigioso. Probabilmente l’Oscar finirà nelle mani di Guillaume Schiffman per il pur notevole The Artist, ma la scelta sarà frutto dell’abbaglio di chi non distingue tra un dignitoso esercizio mimetico e un discorso visivo e cromatico prima di tutto poietico. L’enfasi, supportata dalla perfetta scansione di primi piani (rari) e campi lunghi e dalla retorica musicale di John Williams, mai così spudoratamente presente e ostensivo, è causa ed effetto insieme delle situazioni narrate, come il “togliere“ narrativo e il “caricare“ formale si prefiggessero di superare i limiti di buon gusto e di buona creanza del cinema di oggi per far rivivere lo spirito di un tempo. Epurazione delle forme narrative e del visivo, un crescendo di astrazione che giustifica il finale spudorato, giacché in esso non si racconta di un ritorno, ma viene visualizzato il ritorno dopo la battaglia: pure silhouette, le forme plastiche del mito, ombre cinesi su rosso fondale angloamericano. La psicologia poco interessa. Ciò che conta è l’archetipo. Joey: la coscienza dell’asino Balthazar, l’abnegazione di RinTinTin. Il pessimismo della ragione del primo lotta con l’ottimismo della volontà del secondo. Nessuno dei due esce vincente. Da qui l’intima contraddizione e la generosa imperfezione di War Horse. Ci va bene così. 8
    Spoiler:
    Non ci sarà mai più un regista come Steven Spielberg, come non ce ne sarà mai più uno come John Ford. Non avremo più un regista così tecnico, così competente, così mostruosamente tenace eppure capace di impressionanti slanci di naivitè. Capace di commuoversi per la più banale delle frasi e renderla coinvolgente anche per il pubblico più smaliziato. Non avremo mai più un regista dalla carriera costellata di trionfi capace di rialzarsi (e alla grande!) dopo il più ovvio e comprensibile dei declini. Con War Horse, Spielberg conferma l'impressione avuta guardando Le Avventure di Tintin: il Segreto dell'Unicorno: è tornato. Se Tintin mostrava che la verve e la forza cinetica, muscolare e pianificatoria di Indiana Jones non erano morte con la fine della saga (l'esatto contrario di quanto si era visto nel quarto film, realizzato solo pochi anni fa), War Horse mostra che il sentimentalismo più semplice, spiccio e diretto di uno dei registi più popolari tra i veri maestri è ben lungi da considerarsi qualcosa che appartiene al passato. Spielberg sperimenta, innova e inventa in ogni inquadratura. Applica a un film dal vero le transizioni viste in Tintin e ogni volta che un uomo muore crea una soluzione visiva nuova e diversa per non mostrarne direttamente il decesso. Il risultato sono momenti altissimi. Eppure i cavalli muoiono in scena, perchè War Horse, in sostanza, usa un cavallo per raccontare di uomini. Usa la storia di un animale che passa di proprietario in proprietario, attraverso vicissitudini legate allo scoppio della prima Guerra Mondiale per raccontare l'umanità che si snoda accanto all'inumanità della guerra. Lui, il cavallo, non è un personaggio, benchè sia il centro degli eventi, lo dimostra il fatto che non ha nessuna personalità definita al di là della tenacia che lo caratterizza. Assume la personalità dei suoi diversi padroni, di volta in volta riflettendone il carattere e adattandosi a essi. Sono infatti i padroni le figure che interessano a Spielberg, i loro volti stupefatti di meraviglia inquadrati con carrelli a stringere, in un miscuglio di nazionalità e personalità diverse (già sento chi criticherà il fatto che parlano tutti in inglese/italiano, ma è gente che non ricorda i film degli anni '50), tutti svelati con l'arma del buonismo. E che arma! Con una favola che non vuole mai essere seria, nemmeno nelle più minuziose ricostruzioni degli scontri di trincea, Spielberg gira uno dei migliori film di John Ford. Pensando a Un uomo tranquillo, ne ricostruisce minuziosamente stile, inquadrature e immaginazione nella prima parte e ne segue il retaggio spirituale nella seconda (chiudendo con un misto di Via col Vento e Il mago di Oz talmente palese da essere straziante). Eppure i suoi uomini non sono mai fordiani, solo il paesaggio in cui si stagliano lo è. I suoi uomini sono dal primo all'ultimo spielberghiani, dei sognatori, dei delusi, dei romantici e dei sensibili. Il buonismo a piccole dosi è quasi sempre ridicolo, applicato a un film intero commuove.
  • Vall77
    Livello: 0
    N° Post: 7367
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    Originariamente scritto da VickPS
    (vedi immagine)

    Ma non provate vergogna quando ve ne uscite in questo modo?

    Se Steven Spielberg, con tutto quello che ha dato al cinema, non è neanche meritevole di nomea di "uno dei migliori registi della storia" allora veramente non esiste persona al mondo, vivente e non, degna di tale appellativo. Nessuno, dai Lumière a Truffaut, da Fellini a Kubrick.

    Fare gli snob verso un regista americano con una conoscenza tecnica e del potere delle immagini senza pari ne precedenti non significa essere cultori del mondo del cinema. Significa ripudiarlo o amarlo solo in parte per via stupidi preconcetti e bizzarre forme di razzismo.

    Vado a vederlo domani, sperando di non rimanere scottato.


    A mio parere fai dei paragoni un po' azzardati, comunque la gif mi e' piaciuta

    Famme sape' se il film merita o se e' un tantino paracul-family-consolatorio come sembra
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SCREENSHOTS
  • Immagine Thumb: War Horse
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