Albert Nobbs

Titolo Originale: Albert Nobbs
Un film di Rodrigo Garcia. Sceneggiatura: Glenn Close, John Banville
Genere: Drammatico - Regno Unito, Irlanda (2011) Durata: 113min.
Produzione: Chrysalis Films, Mockingbird Pictures, Parallel Film Productions, WestEnd Films. 
Distribuzione: Videa-CDE
Data Uscita cinema: 10/02/2012
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Lui, lei e l’altro(a)
Il perfetto maggiordomo Albert Nobbs è in realtà una donna costretta a celare la sua vera identità per non finire in mezzo a una strada. Invaghitosi della dolce cameriera Helen, Albert vorrebbe costruire una vita con lei, ma questa è innamorata del ribelle Joe, che dice di volerla portare in America…

Il gioco delle maschere
“Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e vi dirà la verità” recitava un aforisma di Oscar Wilde. E di maschere, travestimenti, dissimulazioni e specchi per le allodole è costellato Albert Nobbs, lungometraggio tratto da un’opera teatrale che la magistrale Glenn Close, già protagonista sul palcoscenico, ha impiegato trent’anni a portare su grande schermo, grazie all’aiuto dell’amico e regista Rodrigo Garcia. Ci troviamo in epoca vittoriana, in Irlanda, dove una donna che non conosce nemmeno il suo vero nome - Albert Nobbs, per l’appunto - si finge uomo per sopravvivere e non finire in un ospizio per anziani, o per strada. Suo è il ruolo di perfetto maggiordomo in un hotel di lusso nel cuore di Dublino, luogo di contrasti designato a raccogliere la più vasta umanità: dalla giovane cameriera sognatrice Helen (l’ormai lanciatissima Mia Wasikowska), al riottoso cameriere Joe (Aaron Johnson), al paterno dottor Hollorand (Brendan Gleeson), fino ai ricchi ospiti con la puzza sotto il naso, tra i quali spicca Jonathan Rhys Meyers in un piccolo cameo.
La vita, scandita dal lavoro e dall’assenza di vere relazioni, scorre senza scosse per Albert fino all’arrivo dell’esuberante Mr. Page (Janet Mcteer), pittore chiamato a ristrutturare l’albergo e che metterà in pericolo il segreto di Nobbs, ma gli aprirà anche una serie di nuovi, inaspettati orizzonti. La minuziosissima ricostruzione dell’epoca e le atmosfere apparentemente fossilizzate, ma in realtà piene di fermento, si sposano alla perfezione con la recitazione calcolata al millimetro di Glenn Close, attentissima a riprodurre con estrema accuratezza ogni gesto del suo personaggio, cuore dell’intera vicenda. Albert infatti, pur con tutto il suo desiderio di anonimato, diventa il centro attorno a cui gravitano gli altri “attori” in gioco, nonché motore del drammatico climax finale.
C’è davvero di che interrogarsi su questo, inizialmente buffo, personaggio, che per necessità e circostanze è stato costretto a celare a chiunque il fatto di essere una donna, ma che col tempo si è abituato a tal punto ai suoi nuovi abiti da non poter intravedere alternativa se non quella di perpetrare la “truffa” agli occhi del mondo. A tratti eccessivamente ingenuo, talvolta sognatore, infantile e, a suo modo, folle, Albert Nobbs ricorda vagamente un principe di dostoevskijana memoria, le cui azioni pur tendenti al “bene” finivano col cozzare amaramente contro la profondità e complessità delle passioni e degli animi altrui. Questo film presenta una scena particolarmente significativa in cui, in occasione di un party presso l’hotel, gli ospiti sono invitati a travestirsi, e il dottore, presente ma con il suo solito abbigliamento, se ne esce con questo motto: «Albert, io interpreto me stesso». Potrebbe essere questa la chiave di lettura di un film in cui ciascuno mette in scena la sua farsa e la porta fino in fondo.
Il protagonista di questo lungometraggio si trova di fronte a un bivio, davanti al quale c’è poca possibilità di scelta. Ed ecco quindi Albert intestardirsi sull’idea di aprire una tabaccheria insieme alla sfortunata Helen, vittima dell’amore e dei suoi sogni destinati a naufragare. Ed è qui, in questa seconda parte, che Albert Nobbs perde un po’, nel dipanarsi della trama relativa ai progetti futuri del maggiordomo dolente, così come lo era (ma per diverse ragioni) Anthony Hopkins in Quel che resta del giorno.
Non ci sono né vinti né vincitori in questa tragica pièce, solo uomini, donne, molto soli. Il “gioco” degli specchi potrebbe finire qui se non fosse per l’ultima, maliziosa battuta finale che riprende il filo di tutta la storia sull’apparire, verità e menzogna: «Non si chiede, non si dice».
Albert Nobbs è da vedere per chi, ogni tanto, si sofferma a chiedersi: chi sono io?
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