Polisse

Titolo Originale: Polisse
Un film di Maiwenn Le Besco. Sceneggiatura: Emmanuelle Bercot, Maiwenn Le Besco
Genere: Drammatico - Francia (2011) Durata: 127min.
Produzione: Chaocorp. 
Distribuzione: Lucky Red
Data Uscita cinema: 03/02/2012
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BPM: squadra speciale per la protezione dei minori
La routine quotidiana di un ufficio della BPM (Brigade de Protection des Mineurs) della polizia francese. Interrogatori, verbali, affidi, ma anche pause pranzo e ritrovi fuori dal lavoro di un gruppo di persone che vivono a stretto contatto. Una fotografa viene assegnata all’ufficio con il compito di documentare il lavoro della sezione. Finirà per inserirsi in quella compagnia, intrecciando una relazione sentimentale con uno degli agenti.

La banalità del bene
Uno dei personaggi del film si suicida, buttandosi dalla finestra. Lo vediamo inquadrato sospeso nell’aria, mentre si divincola: non può sicuramente essere un manichino e allo stesso tempo l’inquadratura comprende la strada sottostante, evidenziando così l’assenza di qualsivoglia materasso o telone in grado di attutire l’impatto al suolo. Questa scena, comunque sia stata girata, sembra fatta apposta per mostrare al pubblico che non ci sono trucchi, o meglio che i trucchi non sono quelli che ci si aspetterebbe. Rappresenta dunque la cifra stilistica di un film che si fonda sull’iperrealismo. Anche se risultato di una messa in scena cinematografica, non un documentario, Polisse vuole essere una registrazione della realtà, ed è il risultato di un lungo lavoro di osservazione all’interno degli uffici della Sezione Protezione Minori della polizia. Tutto quello che si vede, interrogatori di adulti e minori, arresti, affidamenti, è ispirato a fatti cui la regista ha assistito personalmente, o che le sono stati raccontati dagli agenti con cui ha praticamente convissuto. Allo stesso tempo, il film evita accuratamente una lettura sociologica, limitandosi a registrare una certa quantità di casi che avvengono tutti i giorni, riguardanti persone di ogni estrazione sociale. Ogni interpretazione è lasciata allo spettatore.
La regista sposta invece la sua attenzione sui poliziotti della sezione e sulla loro vita privata. Sono uomini e donne che fanno un lavoro duro, molto difficile ed estremamente delicato: interrogare minori, spesso bambini piccoli, inducendoli a testimoniare sugli abusi sessuali subiti con tutte le difficoltà del caso, così come quando, invece, raccolgono le deposizioni degli adulti, spesso genitori incestuosi, personaggi abietti. Difficile non rimanere coinvolti in alcuni casi particolarmente drammatici, arrivando a reazioni anche fuori da ogni deontologia, come ribellarsi contro il meschino capufficio che determina la separazione di un bambino dalla propria madre affidandolo a una casa d’accoglienza, o quando una poliziotta di fede musulmana inveisce contro un genitore magrebino che obbliga la figlia a portare il velo. Allo stesso tempo queste persone hanno una loro vita privata, dei figli, delle relazioni sentimentali a volte complicate. E nella loro vita d’ufficio si innescano le dinamiche normali di un gruppo di persone che stanno insieme dalla mattina alla sera: rivalità, litigate, storie d’amore, ritrovi fuori dal lavoro, cene e serate danzanti. Tutto è teso a mostrare l’umanità di questi personaggi, nonostante il loro ruolo sociale li potrebbe far ascrivere al rango di eroi. Gli attori non sembrano rientrare nei canoni dei volti cinematografici tradizionali, non belli né brutti, forse nemmeno truccati. Lo stesso Scamarcio non viene esaltato nel suo fascino. E l’attore italiano regala peraltro un momento particolarmente indicativo. Pur essendo caratterizzato come borghese e altolocato, a differenza degli altri, la cena a casa sua si risolve con una pizza consegnata a domicilio. È la semplicità della vita di queste persone. Non a caso, la regista si ritaglia il ruolo della fotografa che deve registrare il lavoro di questi poliziotti. Prima semplice osservatrice, distaccata, ma poi finirà per essere coinvolta emotivamente nel gruppo.
Quasi a contrastare questa routine, Maïwenn inserisce anche un momento di azione pura, da cinema di genere, l’azione “spettacolare” che porta all’arresto di una banda di spacciatori in un centro commerciale. Come a voler regalare un momento d’eroismo - uno dei personaggi rimane anche seriamente ferito nell’operazione - a questi poliziotti, a sublimare la loro vita di routine con una scena “cinematografica”, quello che ci si aspetta di veder fare ai poliziotti in un film. Polisse è un film che funziona proprio per l’estrema naturalezza e spontaneità con cui è costruito.
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    Numero commenti: 2
  • Lateralus
    Moderatore
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    Aggiunto il sondaggio.
  • Barcson
    Livello: 0
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    Bello veramente bello... diverte molto e allo stesso tempo quasi ti fa piangere, descriverlo dicendo che è un film drammatico è davvero poco
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