Donne che puniscono gli uomini
Stoccolma. Mikael Blomkvist è un irreprensibile reporter invischiato in una vicenda poco chiara di corruzione finanziaria nazionale. In attesa della sentenza giudiziaria è ingaggiato dall'anziano magnate Henrik Vanger per far luce sulla sorte di sua nipote Harriet, misteriosamente scomparsa trent’anni prima. Mentre Mikael intraprende le indagini, ignora di essere tenuto sotto stretta osservazione da Lisbeth, giovane hacker dalla vita tragicamente segnata sin dall’infanzia. Le strade dei due finiranno per incrociarsi nella comune investigazione su delitti seriali a sfondo satanico perpetrati su donne innocenti, e giungeranno nella loro unione di forze a intravedere qualcosa di più di una semplice collaborazione…
...An' we come from the land of the ice and snow, from the midnight sun where the hot springs blow. How soft your fields so green, Can whisper tales of gore... (Led Zeppelin)
David Fincher è da tempo ben noto e apprezzato per quello che rappresenta un suo marchio di fabbrica, ovvero i titoli di testa, si pensi al cult Fight Club. Lo scorso anno, con The Social Network, ha realizzato nei primi quattro minuti introduttivi il celebre scambio di battute vis-à-vis tra due dei protagonisti, regolato come fosse ambientato in una chat, emblema della comunicazione ai tempi del web.
Di ritorno sul grande schermo, con la sua attesa versione di Millennium: Uomini che odiano le donne, supera se stesso. Certo, perché in quest’ultimo caso gli open credits sono una vera e propria ouverture lirica, che non solo contiene in sé i temi portanti dell’opera filmica, rappresentazione verosimile di un immaginario romanzato, ma complementarmente a questa ne celebra in modo astratto i nessi evanescenti, più intimi ed esclusivi dell’interpretazione fincheriana.
Una visione-esperienza, che amalgama le cupe sonorità industrial (rock elettronico sperimentale) della cover di Immigrant song dei Led Zeppelin con atmosfere cyberpunk sfuggenti e fluide, che sarebbe riduttivo far discendere esclusivamente dalla psicologia hacker di Lisbeth Salander. Si tratta di molto di più!
Se da un lato il mitico brano dei Led Zeppelin, mutuando l’esaltazione dell’epica vichinga, porge un tributo al fenomeno editoriale svedese di Stieg Larsson, giunto a colonizzare Hollywood, dall’altro figure e forme a tratti distinguibili, liquefatte, propellenti, fusioni metalliche modellabili, ma incorruttibili, defluiscono in un moto costante, delineando fisionomie metamorfiche forgiate col fuoco e dall’eleganza high-tech, che si compenetrano e scindono mai definitivamente. Sono Lisbeth (Rooney Mara) e Mikael (Daniel Craig) sotto le lenti di Fincher, permeabili, irrisolti, estremi, entrambi fenici risorte, grazie alle loro risorse, protesi informatizzate, di empatia e scontro col mondo prevaricatore.
Inutile e sterile, dinanzi a tale estro, soffermarsi sulle superficiali questioni di fedeltà e corrispondenza, sia con il romanzo sia con la precedente trasposizione scandinava, quasi totalmente sorretta dall’interpretazione sempre valida di Noomi Rapace. Fincher è un innovatore e preferisce le immagini icastiche e polisemantiche. Fra tutte sicuramente spicca la figurazione del crudele tutore Bjurman, abbandonato da Lisbeth dopo la sua vendetta, nella posa di un Cristo crocifisso dell’iconografia sacra rinascimentale, dissacrato dalla scritta “io sono un porco stupratore”. Nient’altro avrebbe potuto racchiudere in un sol momento sia il sottotesto satanista e antisemita alla base del caso Vanger, sia la più generale causa antirazziale a cui aveva votato la propria carriera giornalistica lo stesso Larsson. Dell’impatto visivo fa ovviamente parte la costruzione dettagliata dell’aspetto esteriore e comportamentale di Lisbeth, riconosciuta eroina contemporanea, ago della bilancia della riuscita del film. Roony Mara (nomination agli Oscar) presta il volto a una Lisbeth più umana, da cui probabilmente in pochi si sarebbero aspettati, almeno sino ad ora, che potesse mai chiedere a qualcuno l’autorizzazione a uccidere! Sempre schiva, feroce, dolorosa, ma attenta a centellinare spiragli di vitalità, quindi più fragile nel suo corpo esile e irruento, alla ricerca di un riscatto definitivo cui Larsson aveva pensato prima della sua morte prematura, e a cui si auspica Fincher vorrà presto dare un seguito.