«Come and dream with me...»
Parigi, anni Trenta. Hugo Cabret vive da solo fra le pareti della stazione ferroviaria, prendendosi cura degli orologi e rubacchiando quel tanto che gli basta per sopravvivere. Ma nella sua stanza nasconde un segreto: un misterioso automa meccanico che suo padre aveva trovato nella soffitta di un museo, e che stava cercando di riparare prima di restare ucciso in un incendio. L'automa è particolarmente complesso, sembra abbia addirittura la capacità di scrivere, e Hugo è convinto che gli rivelerà un messaggio del suo defunto genitore. Deciso ad aggiustarlo lui stesso, comincia a rubare ingranaggi e altri meccanismi dal negozio di giocattoli di un anziano signore, fino al giorno in cui quest'ultimo lo scopre e gli sottrare il taccuino contenente gli appunti di suo padre.
In soccorso di Hugo arriverà Isabelle, figlia adottiva dell'uomo... e insieme vivranno un'avventura che riporterà alla luce un grande maestro del cinema.
Il lucernario dell'infinito
Strana sorte quella del grande George Méliès, maestro del cinema delle origini che fu travolto dalla concorrenza della produzione industriale e praticamente sparì per un ventennio, fino agli anni Trenta, quando furono i surrealisti a riscoprirlo e celebrarlo. I surrealisti, oppure un ragazzino intraprendente come Hugo Cabret, protagonista del romanzo grafico di Brian Selznick: un'opera che non solo ridefinisce i termini del rapporto fra testo e immagini - poiché queste ultime, lungi dal bloccare la narrazione, riempiono i vuoti lasciati dalle parole - ma che inoltre s'innesta in un preciso contesto storico e artistico, reinventando fatti, personaggi e circostanze in veste immaginifica.
Martin Scorsese, per tradurre il libro sul grande schermo, si allontana dalla suggestiva cupezza dei disegni di Selznick (dovuta soprattutto al tratto a carboncino) e abbraccia in apparenza il registro della fiaba, impreziosito da colori scintillanti che trasfigurano la Parigi del 1931 in una dimensione fantastica, sognante e sospesa nella sua ragnatela di luci dorate. Effettivamente Hugo Cabret sa parlare la lingua dei bambini, sfiora i tasti del candore infantile come solo un raffinato artista è in grado di fare, ma si concede alle logiche del "cinema per famiglie" in forma superficiale, per pura convenzione; non a caso, i momenti di umorismo slapstick - che sicuramente verranno apprezzati dagli spettatori più giovani, e sono figli della comicità "fisica" delle vecchie comiche - sono anche i più deboli, quasi superflui nell'economia del film, e utili più che altro al mero intrattenimento (stesso discorso per il 3D, abbastanza incisivo nei panorami in computer grafica). Eppure vi si ravvisa un'innocenza ormai rara, anche nell'ambito dei family movie: la mente di un bambino e quella di un'artista, sembra dirci indirettamente Scorsese, hanno moltissimi tratti in comune.
Così, la (ri)scoperta di Méliès passa attraverso gli occhi di due ragazzini, prospettiva inevitabile per un maestro che ha fatto dello stupore e dell'apoteosi fantastica il proprio fondamentale marchio creativo. Le sue invenzioni (che si tratti dei film, dei disegni o del prodigioso automa "scrivente") esercitano su Hugo e Isabelle lo stesso effetto che sortiva il cinema delle origini - il cosiddetto Sistema delle Attrazioni Mostrative - sul pubblico dell'epoca: sbalordire, spiazzare, incantare per mezzo di "magie" che paiono sovvertire le leggi della nostra realtà, quando la semplice ripresa di un muro che cade, mostrata al contrario, era sufficiente a rapire lo sguardo degli spettatori. Scorsese ripercorre l'avventura di quel cinema pionieristico insieme ai suoi piccoli protagonisti, guidandoci nelle molte ramificazioni di un universo che, al di fuori delle aule universitarie, viene troppo spesso ignorato o sottovalutato. Hugo Cabret, di conseguenza, non è altro che un grandissimo atto d'amore: per il cinema, per il "fare cinema" e per la conservazione della nostra memoria collettiva attraverso i film del passato, patrimonio da tutelare e al tempo stesso fruire, trasmettendone il valore di generazione in generazione.
Ecco perché non si tratta di un semplice "film per famiglie", e anzi rischia di deludere chi cerca una classica opera per ragazzi. Hugo Cabret è molto di più, è un vortice di passioni cinefile (e quindi scorsesiane) che potrebbero essere riassunte in quel celebre emblematic shot di The Great Train Robbery, già citato da Scorsese in Goodfellas, e qui riprodotto nella sua forma originaria: una lezione per tutti quelli che accusano il grande regista di aver smarrito la sua personalità autoriale.
Da segnalare i camei di Johnny Depp (anche produttore), Michael Pitt e dello stesso Scorsese, divertitevi a scovarli.