Non tutti i mali vengono per nuocere
Dopo la perdita della madre in un incidente stradale, T.J. e suo padre si trasferiscono dalla nonna per cercare riparo dal tremendo dolore che li affligge. Al contrario l’apatia, la solitudine e l’incomprensione prenderanno il sopravvento, nonostante i convenzionali e fragili tentativi di elaborare il lutto. La tragica traiettoria pare inesorabile, almeno sino al giorno in cui accidentalmente T.J. si imbatte in Hesher, un metallaro vagabondo, strasandato, arrogante e violento, eppure l’unico apparentemente in grado di rianimare il ragazzo e la sua famiglia.
La vita secondo Hesher
Hesher è stato qui non è la breaking news di un Tg locale dopo l’avvento di un uragano, ma la percezione dell’evento potrebbe essere la stessa! Hesher (Joseph Gordon-Levitt, dopo Inception, ancora nel ruolo di un agente perturbante del subconscio) irrompe brutalmente nella vita della gente senza invito né preavviso, ma quasi spinto da una forza calamitante necessaria, una sorta di missione consapevole di cui si sente investito, prepotentemente invulnerabile. Ma la distruzione che lascia intorno a sé è sostanzialmente negativa? È di sicuro criticabile, riprovevole, disonesta e scorretta, ma è utile? Emblematico esempio sono le metafore indecenti e inconcepibili che Hesher snocciola ai suoi protetti nei modi e nei luoghi meno opportuni (come coglie acutamente Natalie Portman, nei doppi panni di attrice e produttrice). Ma rendono l’idea?
Superando il machiavellico assioma del fine e dei mezzi, Hesher si presenta come ulteriore declinazione di quella terapia d’urto antidepressiva, inimmaginabile e irrazionale, già affrontata da Jodie Foster con Mr. Beaver. Hesher è ciò che di più lontano possa esserci da una marmotta-marionetta, ma in quanto “maschera” di scontro (nella forma mutuata dalla cultura rivoluzionaria heavy metal) assolve alle sue stesse funzioni di sconvolgimento dell’inerzia e di filtro/canale di comunicazione tra i componenti di una famiglia che non si cura più di sé. In quante improbabili forme può mai manifestarsi uno spiraglio di salvezza? Come il fantasma del Natale futuro dickensiano, Hesher catapulta T.J. nelle prefigurazioni del proprio avvenire, con tutta probabilità sopraffatto e corrotto (l’incapacità di difendersi dai soprusi e di relazionarsi con una donna, la trasgressione della legge) in tempo perché possa deviarne il corso. Hesher è in definitiva la materializzazione della rabbia repressa che T.J. cova per la perdita improvvisa della madre e che involontariamente, seguendo l’esempio del padre, sta metabolizzando come condizione perenne. Se da un lato T.J. vorrebbe riacquistare dallo sfasciacarrozze la carcassa dell’auto in cui la madre ha perso la vita, fossile di un passato felice, al contrario Hesher gli insegnerà a incendiare le auto come atto di redenzione e catarsi.
Questo heavy-melò indipendente, diretto dal regista esordiente Spencer Susser, ha senza dubbio il merito di giocare con sapienza sul registro dell’eccesso, non soltanto nel linguaggio di rappresentazione, ma anche direttamente nella scala di coinvolgimento emotivo del pubblico, su e giù in una frenetica giostra di sensazioni, dove non è neppure terminata una risata che già si lotta per trattenere una lacrima.
Cento di questi esordi.