«Don't waste my time.»
In un futuro imprecisato, l'umanità ha sconfitto l'invecchiamento e scoperto la formula per l'immortalità. Ma un simile privilegio non è per tutti: ogni essere umano smette di invecchiare al compimento del venticinquesimo anno di età, e a quel punto gli viene concesso un ulteriore anno di vita; ne consegue che il tempo è il nuovo denaro (beni e servizi si pagano con minuti, giorni, mesi o addirittura anni della propria vita), ma se i ricchi possono disporre di quantità spropositate di tempo e quindi vivere in eterno, i poveri sono invece costretti a campare alla giornata, tenendo gli occhi sempre fissi sul contatore luminoso che tutti portano impresso sulla pelle del braccio, e che segnala quanto tempo rimane loro da vivere. Quando il contatore scende a zero, la morte giunge istantanea, dunque ognuno è costretto a lavorare (o rubare) per guadagnare altro tempo.
Will Salas ha ventotto anni e vive con sua madre a Dayton, zona temporale periferica - povera e degradata - di una città che ha al suo centro New Greenwich, il quartiere ricco. Accusato di aver ucciso un uomo facoltoso, che in realtà gli ha regalato il suo tempo (116 anni) perché stanco di vivere, Will fugge attraverso le zone temporali fino a New Greenwich, deciso a vendicarsi per una grave perdita appena subita. Ma i Timekeepers, i guardiani del tempo, lo braccano: Will allora rapisce Sylvia, figlia di un grande finanziere, che finirà per convertirsi alla sua causa...
Capitalismo darwiniano e selezione naturale
Quando Susan Sontag scrisse il suo saggio sull'immagine del disastro, il cinema di fantascienza cui faceva riferimento era quello di "serie b", popolato da invasioni aliene e olocausti nucleari che esprimevano - esorcizzandolo - quel "terrore inconcepibile" per l'invasione bolscevica o l'apocalisse atomica, ovvero le fobie più ossessivamente reiterate nella società occidentale degli anni Cinquanta. Certo, ogni epoca ha le sue paure, e la fantascienza gioca sempre un ruolo determinante nel rappresentarle: si tratta di affrontare il mondo contemporaneo in forma di metafora, di traslarne conflitti e problematiche in una dimensione immaginifica che però, dietro le invenzioni narrative, ancora conserva le tracce visibili di una realtà a noi ben nota, poiché ci circonda quotidianamente. Andrew Niccol lo aveva già fatto con Gattaca, senza dubbio uno dei migliori sci-fi degli anni Novanta, lasciando emergere dubbi e timori circa le possibili applicazioni "umane" dell'ingegneria genetica; mentre ora, con In Time, la sua attenzione si sposta sulla crisi economica e sulle sue diseguali ripercussioni sociali, all'interno di una metafora cristallina, alcuni direbbero quasi didascalica, ma indiscutibilmente valida.
La raggelante distopia proposta da Niccol, in effetti, è molto chiara: se il tempo è la nuova moneta, l'arricchimento di pochi privilegiati (leggasi: la loro immortalità) dipende dall'impoverimento degli strati più ampi e "bassi" della popolazione (leggasi: il loro alto tasso di mortalità), e perché il sistema funzioni è necessario che nulla turbi questo squilibrio, specchio di un mondo - il nostro - dove le maggiori ricchezze economiche e le maggiori risorse produttive sono in mano a una sparuta minoranza. L'idea è brillante poiché consente a Niccol di estremizzare le conseguenze di tale squilibrio, aggiungendo un elemento di forte drammaticità all'intero contesto narrativo. Nell'universo distopico di In Time, la povertà è infatti sinonimo immediato di morte: un meccanismo crudele e terribilmente efficace, oltre che spersonalizzante, di epurazione demografica. Ma il parossismo è rintracciabile anche nella gestione stessa del tempo, che finisce per ossessionare sia il "proletariato temporale" delle zone povere (poiché i loro abitanti vivono alla giornata, sperando di guadagnare abbastanza per vedere l'alba successiva) sia i facoltosi cittadini di New Greenwich, arroccati in una torre d'avorio per la paura costante di essere derubati, al punto che nemmeno loro, a conti fatti, "vivono".
L'essere "in tempo" è dunque il principio fondamentale, quasi una nevrosi collettiva (ma non è così anche oggi, nel mondo della finanza, degli affari e spesso anche dei rapporti umani?). Un principio che il povero Will Salas impara a proprie spese, attraverso una tragedia personale che lo condurrà sul sentiero della rivoluzione: ecco che allora qualcosa s'inceppa, e il film non soddisfa appieno le ottime premesse iniziali. Snodi narrativi un po' troppo affrettati - e poco credibili - si avvicendano in un clima algido che da un lato vanta un fascino vagamente "atemporale" (come in Gattaca, non c'è sfoggio di tecnologie futuristiche e alcuni elementi di design sono squisitamente retrò), ma dall'altro mostra qualche difficoltà nel conquistarsi la mente e il cuore degli spettatori, consapevoli di assistere a una lotta giusta eppure poco coinvolti a livello emotivo. Parte della responsabilità è comunque imputabile alla fragile caratterizzazione di questi novelli "Bonnie e Clyde" in versione fantascientifica, che Justin Timberlake e Amanda Seyfried - palesemente al di sotto dei loro standard - interpretano con scarso impegno.
Peccato, perché le idee sono forti e Niccol costruisce un futuro caratterizzato da rigorose regole interne, in termini sia visivi (le architetture razionaliste, il predominio dei grigi e del cemento in ogni zona della città) sia concettuali, cui non mancano interessanti sfumature grottesche: la sconfitta dell'invecchiamento congela i personaggi in un'età apparente - venticinque anni - che appiattisce il corpus sociale ed elimina i segni del tempo, escludendo la mano della natura dalla vita degli uomini, e offrendo una riflessione non banale sull'evoluzione (o involuzione?) della società occidentale. Basta questo perché In Time, prodotto non completamente riuscito ma dotato di tocchi raffinati e originali, dimostri di meritare ugualmente la visione.